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News del 02/01/2017 22:10:37:
ELEZIONI USA TRA DEMOGRAFIA E SCANDALI. Pubblicato sul Il Quotidiano del Sud, 8 novembre 2016. L’elezione del presidente degli Stati Uniti, che si concluderà oggi in modo definitivo (almeno si spera), è senza dubbio la più tormentata della storia statunitense. I colpi di scena (come le evasioni delle tasse federali di Trump e le sue stravaganti affermazioni sessiste, la riapertura dell’indagine dell’FBI sulle email e i server privati utilizzati dalla Clinton all’epoca in cui era segretario di Stato ecc.) che si stanno susseguendo con ritmo incalzante, e non è finita qui, hanno relegato in secondo piano i programmi dei due candidati. La stranezza di questa elezione può essere valutata dall’importanza che viene attribuita all’andamento del peso messicano la cui discesa di questi ultimi giorni viene letta da molti come un sintomo del recupero di consenso di Donald Trump, il quale della idea di realizzare un muro con il Messico per arginare l’immigrazione illegale degli ispanici ne ha fatto un punto di forza della sua campagna. Trump- ha scritto di recente Eric Zorn sul Chicago Tribune- ha gonfiato false speranze, infiammato le peggiori passioni di quei ceti che si sentono lasciati indietro nella nuova economia, minacciati dalla crescente diversità multiculturale che sta caratterizzando la società americana; slogan e appelli, quelli di Trump- continua Zorn- che stanno producendo le divisioni le più profonde degli ultimi 100 anni, con lo spargimento di veleni che per cancellarli occorreranno svariati anni. La retorica di Trump sta facendo emergere pericolosamente fuori dalle ombre la supremazia bianca, l’antisemitismo e il sessismo. I sondaggi, insolitamente volatili, fanno registrare in questi ultimi giorni un forte recupero di Trump che come consenso a livello nazionale ha quasi raggiunto la Clinton (42,7% per Trump contro il 45,3% della Clinton); ciò ha talmente allarmato i democratici da far scendere in campo direttamente e pesantemente Barack Obama. Ma i sondaggi mostrano una storia ugualmente importante- come si coglie dall’indagine di Asley Kirk e Patrick Scott, US election: how age, race and education are deciding factors in the race for President, pubblicata sul The Telegraph- di una nazione che in questa elezione è divisa fortemente dal punto di vista demografico. Una nazione in cui uomini e bianchi tendono a votare per i repubblicani mentre le donne e le minoranze etniche per il candidato democratico. Come per la Brexit anche in questo caso la demografia si conferma elemento cruciale. La razza infatti avrà sul risultato finale un ruolo importante anche se in misura minore rispetto alle elezioni che videro prevalere Obama. Le minoranze etniche sembrano preferire ancora il partito democratico: secondo i sondaggi solo il 17% degli ispanici e appena il 3% dei negri voterebbe oggi per Trump. I giudizi negativi di Trump sui messicani potrebbero incidere negativamente in quegli Stati in bilico dove gli ispanici sono numerosi tra cui la Florida (in cui sono in palio ben 29 voti elettorali e come si ricorderà fu lo Stato che nel 2000 per una manciata di voti fece vincere George Bush su Al Gore) Stato in cui un quarto dei residenti sono ispanici. Problemi simili potrebbe incontrare Trump anche in Georgia, che conta una consistente comunità di colore, e Carolina del Nord in cui ben il 31% dei residenti sono negri. Già nel 2012 il gap di genere era risultato importante (infatti il 53% degli uomini votò per Romney e il 57% delle donne per Obama); oggi si è accentuato ancora di più anche per effetto delle dichiarazioni sessiste di Trump. Ancora, I sondaggi mostrano che voterebbero per Trump le fasce di età elevate, mentre i giovani sarebbero più favorevoli alla Clinton, ma dato che tra i giovani l’astensionismo è più accentuato ciò spiega lo sforzo che sta facendo Hillary per far votare i giovani. Contrariamente al passato, in queste elezioni la divisione rispetto al grado di istruzione dell’elettorato sembra essere ancora più netta. Coloro che sono più istruiti, che prima votavano repubblicano, ora sembrerebbero propendere per i democratici, per cui negli Stati in bilico come Georgia e Nevada in cui il livello medio di istruzione è relativamente basso, questo elettorato favorirebbe Trump. Un altro elemento da considerare è il grado di disoccupazione. Trump nei suoi discorsi ha enfatizzato il fatto che molte imprese, trasferendo le loro produzioni in Messico e Cina, sottrarrebbero posti di lavoro agli americani. Questa circostanza potrebbe favorire Trump in quegli Stati con elevato grado di disoccupazione come Nevada, ma anche Arizona, Carolina del Nord e Florida. Una riflessione a parte merita l’elettorato cattolico (60 milioni) che rappresenta un quarto di tutti gli elettori. Molti cattolici sono critici sulla posizione della Clinton in merito all’aborto e sul suo sostegno all’Obamacare che contempla l’obbligo di pagare la contraccezione; non solo, ma alla vigilia delle elezioni l’Arcidiocesi di New York ha organizzato in una chiesa di Manhattan un veglia per i bambini non nati a causa degli aborti. Inoltre, i cattolici, non vedono di buon occhio l’appoggio della Clinton alle nozze gay e ai diritti sui trans, e ai quali non è certamente sfuggito che in occasione della visita di Renzi a Washington al tavolo del pranzo ufficiale con Obama sedeva una coppia gay, Mary Kay Henry, presidente del potente sindacato Seiu e la sua compagna Paula Macchello, entrambe molto attive nella promozione dei diritti degli omosessuali. Trump sarebbe in grande recupero non solo nei voti popolari ma anche su quello dei grandi elettori (ricordiamo che gli elettori americani eleggono il presidente attraverso 538 grandi elettori divisi tra 50 Stati (più il distretto di Columbia) in base alla popolazione e che il candidato che consegue la maggioranza assoluta dei voti popolari in uno Stato ottiene la totalità dei suoi grandi elettori, per cui con questo meccanismo a un candidato, a prescindere dei voti popolari ottenuti, sono sufficienti 270 grandi elettori per diventare Presidente. Secondo il Financial Times, la Clinton avrebbe la quasi certezza di 221 grandi elettori mentre Trump ne avrebbe 164, con 153 grandi elettori ancora da assegnare. Per questo motivo in questi ultimi giorni i due candidati stanno esercitando una forte pressione sugli elettori dei cosiddetti “swing states”, ovvero quegli Stati che nelle varie elezioni hanno cambiato spesso preferenza tra i due partiti e nei quali i due contendenti sono quasi appaiati, come Arizona (11 grandi elettori,) Florida (29), Carolina del Nord (15), Ohio(18), Virginia (13). Con questo quadro elettorale variegato e complesso è dunque difficile avanzare una robusta previsione, tuttavia comunque vada a finire certamente il giudizio della storia sarà molto severo non solo con Trump ma anche con coloro che gli hanno consentito di arrivare fin qui. Magra consolazione però se Donald John Trump dovesse diventare il 45.mo Presidente dello Stato più potente della Terra! Giuseppe De Bartolo, Professore di Demografia, Unical
   
   
   
   
News del 14/09/2015 10:03:25:
Gli immigrati salveranno l’Europa? Gli sbarchi di migranti clandestini sulle nostre coste meridionali, gli affondamenti dei battelli alla deriva nel mare Mediterraneo con centinaia e centinaia di morti, fino ad alcuni mesi fa hanno rappresentato il tratto più vistoso e drammatico del fenomeno dell’immigrazione verso l’Europa e verso l’Italia in particolare. Numericamente marginale, sempre concentrata nei periodi estivi, ma che comunque colpiva l’opinione pubblica per le perdite di vite umane, questa emigrazione negli ultimi mesi ha conosciuto una forte accelerazione, diventando oggi una vera e propria emergenza umanitaria tra le più gravi, per proporzioni numeriche e risvolti umanitari, che l’Europa abbia conosciuto dopo la seconda guerra mondiale. Ma c’è voluta l’immagine del bambino siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, quelle altrettanto drammatiche che giornalmente si vedono nei telegiornali, ma anche le parole di Papa Francesco e le iniziative della Chiesa cattolica, affinché l’Unione Europea prendesse coscienza della gravità del fenomeno che ha origine nel caos della sponda sud ed est del Mediterraneo, dove assistiamo alla destabilizzazione di intere aree, destabilizzazione che le potenze occidentali hanno contribuito a provocare, con il conseguente coinvolgimento di milioni di persone costrette a tentare la fuga verso l’Europa, prima attraverso la rotta del Mediterraneo, oggi anche per i Balcani. E’ bene sottolineare che Il piano Juncker approvato dall’UE è solo un primo debole passo: l’Europa deve prendere coscienza che questa emergenza durerà per molti anni ancora, per cui è necessario mettere in campo politiche di accoglienza adeguate e stabili di più ampio respiro, che oltre all’accoglienza guardino all’integrazione dei migranti per evitare la segregazione delle comunità immigrate che genera inevitabili tensioni sociali. Inoltre, dovranno essere disegnate politiche dirette alla pacificazione di tutto il Nord Africa, e in particolare alla stabilizzazione della Libia dove oggi coesistono, oltre al governo di Abdullah al Thani, l’Isis e una miriade di milizie che si combattono fra di loro. E’ necessario realizzare accordi più efficienti con i paesi di transito e dare aiuti a quelli da cui hanno origine le rotte dei clandestini. Si dovrebbe inoltre pensare a un vero e proprio Piano Marshall dell’UE per quelle nazioni africane in cui le condizioni politiche siano favorevoli allo sviluppo. Nell’immediato, però, la priorità è quella di fare ogni sforzo per far cessare la guerra civile in Siria, guerra che è la vera causa di questa grande fuga, che ha trovato totalmente impreparate le potenze occidentali. Un altro fattore che ha contribuito ad acuire questa emergenza è il cambio di strategia politica della Turchia la quale anche per ragioni interne (i curdi infatti con la guerra in Siria hanno intensificato le loro rivendicazioni di autonomia) ha aperto le sue frontiere, agevolando il flusso dei profughi siriani verso l’Europa. In Siria si stima che ben 4 milioni di persone (ovvero il 25% della sua popolazione) stanno abbandonando il paese, piombato nel caos, per raggiungere l’Europa attraverso i Balcani. Ormai è evidente che questo esodo non sarà di breve periodo, ma avrà una durata misurabile in anni se non in decenni - come è stato affermato anche da esperti del Pentagono- con conseguenze sociali ed economiche profonde per l’Europa. In ogni caso, supponendo che le guerre in atto abbiamo termine in tempi relativamente brevi, l’Europa, in forte declino demografico, sarà comunque sottoposta per lungo periodo ad una forte pressione migratoria se alla crescita demografica dei paesi di partenza con corrisponderanno, come è probabile, accettabili condizioni per vivere in quei territori. Per avere una idea più precisa del ruolo che avrà la demografia nei prossimi decenni, fattore che molti analisti trascurano, si riportano alcuni dati pubblicati recentemente dal Population Reference Bureau di Washington. L’Africa sub sahariana, da cui proviene la maggior parte dei migranti, ha una popolazione di quasi 1miliardo, presenta un tasso di incremento naturale altissimo (27 x 1000 abitanti), registra una fecondità di 5 figli per donna, il 40% della sua popolazione ha meno di 15 anni. E’ un’area poverissima (si pensi che il 60% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno). E’ una vera e propria “bomba” demografica: infatti raggiungerà fra appena 15 anni il miliardo e 370 milioni di abitanti e i 2 miliardi nel 2050. Dunque, dall’Africa, ma anche da alcuni paesi del medio Oriente e da tutta l’area che va dall’Afghanistan all’India, verrà la gran parte della crescita demografica mondiale dei prossimi decenni. Al contrario, la ricca UE, nonostante la crisi economica, continuerebbe nel suo declino demografico: stabilizzazione della popolazione sul valore di poco superiore a mezzo miliardo di abitanti, crescita demografica nulla o negativa, fecondità di 1,6 figli per donna, valore che preconizza una forte riduzione della popolazione, elevato invecchiamento demografico (16 x 100 di giovani contro 19x 100 di anziani). Certamente, pensare che il problema del declino demografico dell’Europa possa essere risolto con l’immigrazione non è realistico a meno di accogliere ogni anno flussi migratori molto consistenti che nemmeno l’opulenta Germania potrebbe sostenere, tuttavia bisogna prendere atto che l’Europa ha bisogno degli immigrati per equilibrare in qualche modo il suo welfare altrimenti non più sostenibile. Infatti, nel 2050 il 28 % della popolazione dell’UE raggiungerà l’età della pensione e nel 2060 si avrebbero due potenziali lavoratori per ogni pensionato. Si stima che l’invecchiamento della popolazione rosicchierebbe lo 0,2 x 100 l’anno della crescita economica dell’Europa. Per stabilizzare il peso relativo della popolazione anziana l’Europa ha urgente bisogno di giovani e, naturalmente, non potendo forzare la popolazione a fare figli, l’immigrazione sarebbe il solo mezzo per salvare il suo welfare. La Merkel, dando la disponibilità ad accogliere mezzo milioni di siriani per svariati anni, molti dei quali hanno un buon livello di istruzione, vuole cercare di temperare il malessere demografico del suo paese e nello stesso tempo, coerentemente con la politica di valorizzazione del suo capitale umano, “prende” il meglio della immigrazione, al contrario dell’Italia che fino ad oggi ha continuato in politiche con scarsa attenzione a questi aspetti. Giuseppe De Bartolo Professore di Demografia Applicata, Unical Pubblicato su “ Il Quotidiano del Sud” il 13 settembre 2015
   
   
   
   
News del 14/09/2015 10:02:49:
   
   
   
   
News del 30/01/2015 12:09:49:
AREA URBANA, IL FUTURO POSSIBILE- Giuseppe De Bartolo, Il Quotidiano del Sud, 30/1/2015. Nel 2010 il Quotidiano della Calabria ospitò un ampio dibattito sull’area urbana cosentina con interventi di personalità della politica e della società civile; dibattito che mise in evidenza sia l’esistenza di spinte alla conurbazione, ma anche di riserve più o meno graduate. Qualcuno sostenne anche che in questo progetto la città di Cosenza avrebbe dovuto avere un ruolo egemonico per la sua storia e per un’identità “cosentina” prevalente in tutta l’area urbana. Da qualche settimana la discussione sull’area urbana è ripresa con nuove proposte e nuovi attori. Noi vorremmo contribuire a questo dibattito con alcune riflessioni, anche quantitative, sul passato, presente e futuro di questa area che è il caso più interessante del processo di redistribuzione della popolazione che ha conosciuto la Calabria nel secondo dopoguerra. A partire dagli anni ’50 del secolo scorso la Calabria ha conosciuto un intenso processo di redistribuzione della popolazione, processo che nell’ultimo mezzo secolo ha avuto una forte accelerazione: si è andato vieppiù attenuando il divario fra città e campagna e si è avuta una crescente diffusione del carattere urbano. Nonostante ciò i centri urbani in Calabria non presentano ancora quelle funzioni che distinguono le città moderne. Ricordiamo che in passato varie cause hanno spinto le popolazioni calabre a preferire i centri abitati, nonostante l’elevata ruralità della popolazione e l’asprezza del territorio che rendeva difficili gli spostamenti verso i luoghi del lavoro agricolo. Per lungo tempo queste caratteristiche non cambiarono sia per ragioni di sicurezza sia per la particolare configurazione del territorio regionale che ostacolava la costruzione di case nelle campagne. Fino alla fine dell’800 la Calabria era considerata una regione sotto popolata, a causa delle crisi che si erano susseguite dal ‘500 in poi, crisi che avevano colpito soprattutto le campagne, provocando un movimento migratorio verso le città. Nel ‘700 la situazione non era mutata tanto che il Galanti nel 1792, dopo aver visitato la regione, affermava che essa era “un vero stato di deserto”. Questo quadro rimase sostanzialmente immutato per buona parte dell’800, cambiando solo verso la seconda metà di quel secolo, epoca in cui la popolazione calabra registra valori di crescita prossimi a quelli dell’intero paese. Fino al 1931 la crescita delle città fu abbastanza lenta, tuttavia i loro tratti stavano via via cambiando. Cosenza si stava trasformando in un centro commerciale molto vivace, favorita in ciò dalla creazione di alcune infrastrutture che ne facilitarono l’inserimento nel mercato nazionale. Il terremoto del 1905 fu poi l’evento che contribuì a rompere il suo isolamento, convincendo gli amministratori sulla necessità di uno sviluppo verso nord che, iniziato lentamente tra le due guerre, è proseguito in modo molto frenetico dagli anni ’50 agli in poi. Negli anni’80 del secolo scorso termina però la crescita convulsa ed abnorme delle tre città capoluogo; segue quindi una fase di stabilizzazione della popolazione ed in alcuni casi di declino sia per effetto dell’esaurimento del fenomeno dell’urbanesimo sia a causa di un malessere demografico sempre crescente (crescita naturale nulla o negativa, veloce invecchiamento della popolazione) Oggi a Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria, Lametia e Crotone vive quasi ¼ della popolazione regionale, valore che sale a più di ⅓ se consideriamo sia le aree di gravitazione intorno a esse sia i centri con popolazione superiore a 30mila abita tanti. Negli ultimi decenni si sono avuti originali processi di aggregazione tra Cosenza, Rende, Castrolibero e Montalto Uffugo, tra Catanzaro e Lametia, Corigliano e Rossano, Locri e Siderno, si nota una crescente antropizzazione del territorio e un accelerato processo di declino demografico. Limitandoci all’area urbana cosentina, ricordiamo che la popolazione di Cosenza dagli anni ’80 in poi ha perduto oltre 40mila abitanti (-37%) e oggi con un saldo naturale e migratorio negativi presenta i tratti che caratterizzano i centri con forte malessere demografico e a rischio di implosione. Nello stesso periodo la popolazione di Rende è aumentata del 34,4%, arrestando però la sua crescita negli ultimi dieci anni; Castrolibero segna un incremento ancora più elevato (+38,9%) fino all’inizio di questo secolo; Montalto Uffugo è il comune con la percentuale più elevata di incremento demografico (+57,7%), che continua ancora oggi ma con intensità più moderata (+10% negli ultimi dieci anni). Fortemente condizionata dalla dinamica della città di Cosenza, l’intera area urbana che va dal colle Guarassano a Taverna di Montalto dal 1992 al 2014 si è ridotta da 142.760 abitanti a 132.025, diminuendo del 7,5%. Abbiamo tentato di cogliere il futuro demografico di questa area- anticipando alcuni risultati di una più ampia ricerca in corso sulle aree urbane calabresi- disegnando uno scenario demografico che, escludendo il movimento migratorio, si basa sull’ipotesi che i valori della fecondità e della sopravvivenza odierni rimangano tali nei prossimi quarant’anni (1,23 figli per donna feconda, vita media di 79,4 e 84,3 anni rispettivamente per maschi e femmine). In questo quadro, che noi riteniamo abbastanza verosimile, la popolazione dell’intera area urbana (Cosenza, Rende, Castrolibero e Montalto Uffugo) si incamminerebbe tra il 2014 e il -2054 su un sentiero di forte implosione (-28,7%), riducendosi dai 132mila abitanti di oggi a 94mila abitanti del 2054, con un processo di invecchiamento demografico molto pronunciato (da 157,6 vecchi x 100 giovanissimi a 380,3 vecchi per 100 giovanissimi); Cosenza conoscerebbe una contrazione di popolazione del 34%, Castrolibero del 28,2%, Rende del 25,2% e Montalto del 18,1%. E’ vero che questi tratti potrebbero essere temperati dall’immigrazione straniera in crescita, e dalla presenza della popolazione studentesca dell’Unical, tuttavia riteniamo che nella migliore delle ipotesi la dimensione demografica di questa struttura macro-urbana non supererebbe fra quarant’anni il valore di 120-25mila persone presenti, e comunque non si modificherebbero quei segni di malessere demografico che si colgono da tutti gli indicatori socio- demografici, specialmente per la città di Cosenza. Qualunque dibattito sulla governance di questa area, o anche di quella più interconnessa di Cosenza e Rende, non può prescindere dalla consapevolezza della sua dimensione quantitativa e delle trasformazioni demografiche in atto e future. Si dovrebbe partire da questi elementi per costruire una strategia condivisa che, sfruttando le diverse potenzialità del territorio, tra cui l’Unical, realizzi quelle funzioni che distinguono le città moderne in linea con le proprie vocazioni. Una conurbazione dovrà essere il risultato di un percorso basato su un progetto che individui i problemi infrastrutturali da risolvere (trasporti, cablaggio), che abbia una particolare attenzione al sociale (invecchiamento della popolazione, immigrazione straniera, povertà) e allo sviluppo economico, che valorizzi le aree industriali presenti sul territorio, che preveda un’unica programmazione degli eventi culturali, in un’ottica di area vasta.
   
   
   
   
News del 27/01/2015 15:29:58:
Il Censimento degli ebrei in Italia nel 1938. In occasione della Giornata della Memoria, vogliamo qui ricordare un particolare evento, il censimento degli ebrei del 1938, che facilitò notevolmente il compito ai nazisti nell’operazione di deportazione degli ebrei italiani in Germania. Ricordiamo che Mussolini era molto attento agli studi demografici e statistici in quanto riteneva che da essi avrebbe potuto trarre preziose indicazioni per la pratica di governo e che considerava la potenza demografica pregiudiziale della potenza politica, come ebbe a dire nel famoso discorso dell’Ascensione pronunciato alla Camera dei Deputati il 26 maggio 1927. Ricordiamo ancora che il censimento del 1936 era stato realizzato a soli 5 anni dal precedente a seguito di una riforma legislativa che ne modificava la periodicità a fini di controllo politico. Nel corso degli anni ’30 il Governo fascista aveva maturato l’idea della “necessità” di introdurre una legislazione anti ebraica per la cui attuazione però era indispensabile individuare con precisione la popolazione di riferimento. Da questa idea nacque il progetto di un censimento degli ebrei italiani e stranieri, che venne tenuto segreto e reso noto solo poche settimane prima della sua effettiva realizzazione, decisa per il 22 agosto 1938. La conta degli ebrei d’Italia fu dapprima giustificata da una serie di affermazioni, apparse il 16 febbraio del 1938 sul n. 14 dell’Informazione diplomatica, e a detta di molti studiosi attribuite personalmente a Mussolini, con le quali il governo fascista, nel contesto della definizione della “razza italica”, assicurava di non aver alcuna intenzione di adottare misure contro gli ebrei in quanto tali; tuttavia il Governo dichiarava di essere nel pieno diritto di calibrare la partecipazione degli stessi ebrei alla vita complessiva della nazione in maniera proporzionata alla loro importanza numerica, stimata approssimativamente sulle 50-60 mila unità a fronte dei 44 milioni di italiani, quindi grosso modo nel rapporto di 1/1000. Ai primi di agosto dello stesso anno però Mussolini aveva cambiato registro, era diventato più radicale, dopo la campagna antiebraica seguita alla pubblicazione del “Manifesto degli scienziati razzisti” pubblicato il 14 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia”, manifesto in cui si affermava in modo netto che “gli Ebrei non appartengono alla razza italiana”. Ciò diede la stura a Mussolini per annunciare la realizzazione del censimento degli ebrei in chiave dichiaratamente razzista. Il regime, nell’emanare le leggi razziali, come è stato riportato in un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 17 dicembre 2008, si sarebbe in realtà ispirato ad un opuscolo dei Gesuiti del 1891 che si chiamava “Della questione giudaica in Europa”, opuscolo che venne fatto ristampare dal 1938 in poi dal regime e in cui non solo era evidente il pregiudizio cattolico nei confronti degli ebrei, ma venivano suggerite anche le azioni per contrastare il giudaismo. La realizzazione del censimento venne demandata alla neonata Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), affiancata dalla DGPS, la Direzione generale della pubblica sicurezza, entrambe appartenenti al Ministero dell’Interno. Nella prima fase dell’indagine censuaria vennero acquisiti i dati di base per la formazione degli elenchi di ebrei da sottoporre al censimento. Questo lavoro vide la collaborazione di polizia, anagrafe comunali e delle stesse comunità ebraiche che si adoperarono in buona fede e non in forma collaborazionistica, come molti sostengono. Da parte loro gli uffici comunali recuperarono i fogli di famiglia compilati dagli ebrei nel corso del censimento del 1931, in cui era stata rilevata, tra l’altro, anche la religione professata dai censiti. Da queste informazioni vennero così ricavati gli elenchi, in palese violazione della legge del 1929 che regolava l’utilizzazione delle informazioni censuarie, da integrare e aggiornare con i dati estratti dai registri in possesso delle comunità ebraiche. L’Istat da parte sua ebbe il compito di elaborare il questionario da somministrare a tutti gli ebrei presenti sul territorio nazionale, questionario che, oltre ai quesiti normalmente previsti nei censimenti demografici, presentava anche specifiche domande sulla religione, l’iscrizione al Partito fascista, il possesso o meno di benemerenze. Come è stato messo in evidenza da diversi studiosi, l’ISTAT nella realizzazione del censimento non tenne un comportamento neutro, anche perché a capo dell’Istituto vi era all’epoca Franco Savorgnan, uno dei dieci firmatari del “Manifesto della razza”, insieme con l’On.le Sabato Visco e il Sen. Luigi Pende. L’elaborazione dei questionari avvenne in tempi abbastanza rapidi e tutta l’operazione si concluse nel medesimo anno. A causa della fretta che il Governo aveva di conoscere i dati, l’Istat fu costretto a fare diverse elaborazioni, l’ultima delle quali, effettuata nell’ottobre del 1938, stimava il numero degli ebrei in 58412, tra cui 48032 italiani e 10380 stranieri. Il 90% della popolazione ebraica risiedeva nei comuni capoluoghi di provincia e nelle grandi città (Roma 12799, Milano 10219, Trieste 6085). Il 63% risiedeva nell’Italia del Nord, il 35% nell’Italia centrale ed appena il 2% nel Sud e nelle isole (in Calabria risultarono censiti solo 24 ebrei). Nel settembre del 1938 vennero varati i provvedimenti legislativi veri e propri, con numerosi decreti che stabilirono tra l’altro l’allontanamento dall’Italia degli ebrei stranieri residenti dopo il 1919. Vennero inoltre indicati i criteri per determinare l’appartenenza alla razza ebraica e quelli per la difesa della razza italiana; e In ottemperanza a queste leggi furono adottate misure persecutorie nei confronti degli ebrei in tutti i campi. Negli anni a seguire i dati censuari vennero continuamente aggiornati, cosicché al momento dell’occupazione nazista tutti gli ebrei erano stati schedati, atto questo che si rivelerà fondamentale per la deportazione nei campi di sterminio in Germania, tra il 1943 e il 1945, di oltre 7mila ebrei italiani.
   
   
   
   
News del 21/05/2014 15:42:47:
Fine della Demografia? Le ricorrenti previsioni sul futuro di importanti fenomeni economici e sociali – quelli che determinano il destino del mondo – vengono, e non a torto, guardate con diffidenza. Soprattutto se l’orizzonte indagato è molto lontano nel tempo. L’apprezzamento è diverso per le previsioni della popolazione, per l’inerzia che caratterizza la sua dinamica e la relativa stabilità dei fenomeni demografici. Si ritiene con ragione che le previsioni a medio-lungo termine – pudicamente chiamate “proiezioni” - siano relativamente affidabili, almeno per quanto riguarda le grandi regioni continentali o il mondo intero: le proiezioni delle Nazioni Unite – per esempio – risultano bene accoste alla realtà anche a qualche decennio dalla data della loro formulazione. Ciò non deve sorprendere: lo stock della popolazione mondiale si rinnova lentamente ogni anno che passa (gli ingressi –nascite – valgono meno del 2% dello stock; le uscite –morti – meno dell’1%), e i flussi di entrata e uscita sono deboli. Bisogna però guardarsi da due indebite “estensioni” di questa ovvia constatazione: chiamerò la prima “fine della demografia” e, la seconda, “fine dei cicli”. Vediamo di cosa si tratta. Massimo Livi Bacci, NEODEMOS 07/05/2014
   
   
   
   
News del 05/02/2013 17:39:19:
Rapporto Eurispes 2013. SCHEDA 25 | LA VIA ITALIANA PER L’INTEGRAZIONE Gli immigrati in Italia. Nel triennio 2009-2011 i flussi migratori verso l’Italia hanno avuto un andamento piuttosto stabile, anche se si registra un lievissimo aumento nel 2010 rispetto al 2009 e, viceversa, una lieve diminuzione nel 2011 rispetto al 2010. Tali fluttuazioni, tuttavia, non si possono ritenere significative. Gli immigrati continuano a rappresentare l’8,2% della popolazione complessiva. Le donne costituiscono circa la metà degli immigrati ed anche questa proporzione appare piuttosto stabile nel triennio preso in considerazione. La percentuale relativa ai minori, invece, registra un aumento non trascurabile, passando dal 22% del 2009 al 23,9% del 2011. Osservando il fenomeno su un intervallo di tempo più ampio, dal 1991 al 2011 si registra un aumento demografico della popolazione complessiva (italiani e stranieri); in questo aumento è significativa la variazione in percentuale degli stranieri rispetto agli italiani. Tale variazione passa, infatti, dallo 0,6% del 1991 al 6,8% del 2011. Infine, osservando i valori assoluti si vede chiaramente come il numero degli immigrati presenti sul territorio italiano, sia quasi triplicato nell’arco di tempo considerato. Natalità e mortalità. Nel triennio 2009-2011, si osserva un incremento del tasso di natalità degli stranieri a fronte di una diminuzione degli italiani. Accanto a questo dato c’è anche quello relativo alla mortalità, da cui emerge che le morti italiane non solo sono più numerose di quelle degli stranieri, ma superano le nascite italiane. Le morti straniere, al contrario, sono molto meno numerose delle nascite di stranieri. Ciò vuol dire che gli italiani sono sempre più vecchi, gli stranieri più giovani, come si può dedurre anche dalla sempre maggiore presenza di studenti stranieri nelle scuole italiane. Le iscrizioni di stranieri sono tanto più numerose, quanto più è iniziale il livello di istruzione (scuola d’infanzia e scuola primaria). Il profilo culturale della popolazione straniera. Il livello d’istruzione cresce tra gli immigrati, anche se il livello più basso, quello della licenza elementare o meno è in aumento; questo potrebbe spiegarsi con l’ingresso in Italia di stranieri più adulti con un basso titolo di studio. Se si osservano gli altri livelli di istruzione, invece, si può vedere che l’istruzione degli immigrati è in aumento. Per quanto riguarda gli italiani si ha un andamento più fluido; infatti, al decrescere graduale dei livelli di istruzione più bassi, corrisponde un aumento dei livelli più alti. Immigrazione e territori. Le regioni con il più alto numero di immigrati sono la Lombardia (974.288), il Veneto (457.328), l’Emilia Romagna (452.036), il Lazio (425.583), il Piemonte (359.348) e la Toscana (321.847). In percentuale, rispetto alla popolazione totale sul territorio regionale, la più alta concentrazione di immigrati si trova in Emilia Romagna (10,4%), in Umbria (9,9%), in Lombardia (9,8%) ed in Veneto (9,4%). Nel Mezzogiorno, la regione che registra il più alto numero di immigrati è la Campania, con 149.761, ma in rapporto alla popolazione presente sul territorio, l’Abruzzo, con il 5,2%, è la regione con l’incidenza più alta. Matrimonio all’italiana? Il matrimonio è in crisi anche tra gli stranieri, infatti l’immigrazione ha visto il celebrarsi di numerosi matrimoni tra stranieri e misti, che nella maggioranza dei casi uniscono un uomo italiano e una donna straniera (14.215), ma questi hanno subìto una diminuzione significativa nel triennio 2008-2010, proprio come quelli tra italiani. La maggior parte dei matrimoni misti e tra stranieri si regista nelle regioni settentrionali dell’Italia (4.095), mentre al Sud si ha un numero più alto di matrimoni tra italiani. Così come per le coppie italaine, sono in aumento anche le separazioni e i divorzi tra la popolazione straniera: nel primo caso si passa dal 7,1% del 2008, all’8,1 del 2010; nel caso dei divorzi, si passa dal 6% del 2008, al 7,7% del 2010. Analisi dei flussi. La provenienza continentale degli immigrati in Italia continua ad essere perlopiù europea, anche se con una lieve diminuzione nel corso del triennio 2009-2011, durante il quale passa dal 53,6% al 53,4% del 2010, infine, al 50,8% del 2011. Di fronte alla diminuzione della provenienza europea si ha un incremento della provenienza asiatica, che nello stesso triennio passa progressivamente dal 16,2% al 18,8%. Nello specifico della nazionalità degli immigrati, questi provengono in gran parte dalla Romania (997mila), dal Marocco (506.369), dall’Albania (491.495), dalla Cina (277.570), e dall’Ucraina (223.782). La condizione lavorativa degli immigrati. Il motivo principale che spinge molti stranieri ad emigrare è la ricerca di un lavoro in un paese che offra maggiori possibilità. In Italia gli immigrati, spesso rinunciando alle proprie professionalità, si collocano principalmente nel settore dei servizi che, ancora nel triennio 2009-2011, ha fatto registrare un lieve incremento (55,9% nel 2009; 57% nel 2010). Segue l’industria, dove lavora il 29,6%, e l’Agricoltura, con l’8,5%. Il 60,1% degli immigrati lavora nelle regioni del Nord, il 23,5% in quelle centrali, e, il restante 16,4%, in quelle del Sud e delle Isole. Gli stranieri e le tasse. Gli immigrati lavoratori continuano ad essere ottimi contribuenti ed è sempre al Nord, con il 63,7%, che si concentra la maggior parte delle quote versate dell’imposta netta; segue il Centro, con il 22,3%, e il Sud e le Isole con il 14%. La media pro capite più alta di imposta netta pagata dagli stranieri è in Lombardia (21,1%), Veneto (11,8%), Emilia Romagna (11,1%), e nel Lazio (10%). Infine, nella classifica dei primi 5 contribuenti stranieri al primo posto troviamo i lavoratori rumeni, al secondo quelli albanesi, seguiti dai marocchini, dagli svizzeri e dai tedeschi. Casa, Dolce Casa. Gli immigrati sempre più spesso si stabiliscono affrontando anche l’importante passo di acquistare una casa. Per quanto la crisi del mercato immobiliare abbia frenato il fenomeno, questo aspetto resta da considerare significativo, se non da un punto di vista statistico, sicuramente da un punto di vista sociale. Se nel 2009 la quota di immobili acquistati da stranieri, era pari al 14,8% e nel 2010 scendeva al 9,2%, nel 2011, con il 10,9%, il mercato torna a crescere.
   
   
   
   
News del 19/01/2013 18:07:50:
IL CENSIMENTO 2011 IN PILLOLE. Meno italiani rispetto a dieci anni fa. Al 9 ottobre 2011, data di riferimento del 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni, la popolazione residente in Italia ammonta a 59.433.744 unità. Rispetto al 2001, quando si contarono 56.995.744 residenti, l’incremento è del 4,3%, da attribuire esclusivamente alla componente straniera. Infatti, nel decennio intercensuario la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di oltre 250 mila individui (-0,5%), mentre quella straniera è aumentata di 2.694.256 unità. I cittadini stranieri risultano in crescita in tutte le regioni della Penisola, mentre gli italiani diminuiscono nel Mezzogiorno oltre che in Piemonte, Liguria e Friuli-Venezia Giulia. In particolare, i cittadini italiani aumentano nel 43,2% dei comuni (3.493) e diminuiscono nel restante 56,8% (4.599). I comuni in cui si registra il maggior incremento di residenti italiani sono Rognano, Sant'Alessio con Vialone e Roncaro, tutti in provincia di Pavia; quelli che ne perdono di più sono Paludi in provincia di Cosenza, Quindici in provincia di Avellino e Rocca de’ Giorgi in provincia di Pavia. Nel periodo intercensuario i maggiori incrementi di popolazione si rilevano nelle regioni del Centro-Nord, specie in Trentino-Alto Adige (+9,5%), Emilia-Romagna (+8,5%), Lazio (+7,6%), Lombardia (+7,4%) e Veneto (+7,3%). Al contrario, nelle regioni del Sud e delle Isole si registrano incrementi lievi (intorno all’1% in Campania, Puglia e Sicilia) e perdite di popolazione (superiori al 2% in Molise, Basilicata e Calabria). Più femmine che maschi In Italia, al 9 ottobre 2011, ci sono 93,7 uomini ogni 100 donne (28.745.507 uomini, 30.688.237 donne). A livello territoriale non si segnalano differenze significative, anche se nell’Italia Centrale il rapporto di mascolinità scende al 92,3% (5.568.595 uomini, 6.032.080 donne), mentre nelle regioni del Sud, nelle Isole e nel Nord-Est si attesta rispettivamente a 94,3% (6.783.667 uomini, 7.193.764 donne), 94,1% (3.219.998 uomini, 3.422.268 donne) e 94,2% (5.551.923 uomini, 5.895.882 donne). Il rapporto di mascolinità è più alto in Trentino-Alto Adige (95,9%), Basilicata (95,8%) e Sardegna (95,6%) mentre il più basso si registra in Liguria (89,5%). In 1.898 comuni, pari al 23,5% del totale, il rapporto di mascolinità risulta sbilanciato a favore della componente maschile, con il primato che spetta a due centri del cuneese: Castelmagno (182,8 uomini ogni 100 donne) e Valmala (190,9 uomini ogni 100 donne). Al contrario, si contano solo 67,8 uomini ogni 100 donne a Montebello sul Sangro in provincia di Chieti, e 69,4 a Introzzo in provincia di Lecco. Aumentano le ultracentenarie Dal 2001 al 2011 la percentuale di popolazione di 65 anni e più è passata dal 18,7% (10.645.874 persone) al 20,8% (12.384.963 persone); era al 15,3% nel 1991 (8.700.185 persone). Anche i “grandi vecchi”, ovvero gli ultra 85enni, incrementano il loro peso sul totale della popolazione residente (dal 2,2% del 2001 al 2,8% del 2011). In particolare, si registra un aumento del 78,2% nella classe 95-99 anni e del 138,9% in quella degli ultracentenari. Le persone di 100 anni e più, infatti, erano 6.313 nel 2001 (1.080 maschi e 5.233 femmine), mentre nel 2011 ne sono state censite 15.080, con una percentuale di donne pari all’83,7% (12.620 unità); 15.060 hanno una età compresa tra i 100 e i 109 anni; in 11 hanno raggiunto i 110 anni, in sette i 111 e solo due donne (residenti una in provincia di Milano e una in provincia di Venezia) alla data del 15° Censimento avevano compiuto 112 anni. Fonte: Istat, Comunicato stampa, 19 dicembre 2012
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News del 30/05/2012 15:42:17:
SUMMER SCHOOL, GIORNATE D'EUROPA II EDIZIONE 31 LUGLIO-4 AGOSTO 2012, PALAZZO RINASCIMENTALE AIETA (CS). L'Associazione Culturale "Centro Rinascimento" in collaborazione con la Facolta' di scienze Politiche dell'Unical ed altri Enti, promuove dal 31 Luglio al 4 Agosto 2012 una Summer School rivolta a studenti universitari e laureati che intendono effettuare un percorso formativo di alto proficlo per la diffusione della cultura europea. Il corso si prefigge l'obiettivo di formare i nuovi cittadini europei attraverso lezioni mirate a rafforzare l'idea di "Europa dal basso" sul tema, per la seconda edizione, "L'Europa del Capitale Umano", e approfondimenti di: Diritto dell'Unione Europea, Diritto Regionale Europeo, Economia, Politica Economica, Storia dell'Europa, Sociologia, Storia del giornalismo, Demografia, Legislazione Sociale e del Lavoro, Scienze della Formazione, Antropologia Culturale.Il Bando e il modello di partecipazione si rinvia al sito www.centrorinascimento.it
   
   
   
   
News del 08/03/2012 15:03:50:
GIORNATA MONDIALE DELLA DONNA.Si parla delle donne come il sesso debole. E’ vero, se si considera il loro difficile cammino verso la parità dei diritti, se si fa riferimento alle violenze che spesso sono costrette a subire anche e soprattutto tra le mura domestiche,n se si pensa alle discriminazioni che sopportano nel mondo del lavoro e così via. Soffermandoci su quest’ultimo aspetto ricordiamo che i nuovi dati da poco pubblicati dalla Commissione Europea, in occasione della Giornata europea per la parità retributiva del 2 marzo scorso, hanno evidenziato come la differenza media tra la retribuzione oraria fra uomini e donne rifletta la discriminazione e la diseguaglianza ancora persistente sul mercato del lavoro. Nell’UE il gap salariale tra i generi si aggira attorno al 16,5%: si calcola che in media una donna debba lavorare fino a marzo, ovvero 14 mesi, per guadagnare quanto un uomo in un anno; in termini monetari le donne guadagnano in media 86 euro ogni 100 euro guadagnati dagli uomini. Questo gap persiste anche se le donne conseguono migliori risultati a scuola (in media 81% delle donne giovani ottengono la maturità contro il 75% degli uomini) e rappresentano il 60 % di tutti i laureati. Di conseguenza le donne beneficiano di pensioni più basse e presentano un maggior rischio di povertà, soprattutto nelle età elevate: ricordiamo che nel 2005 il 21% delle donne sopra i 65 anni era a rischio di povertà contro il 16% degli uomini. Tutto ciò costituisce un notevole spreco di risorse umane ed una mancata occasione di crescita economica e sociale per la società tutta. Infatti, come è stato rilevato recentemente da Viesti e Ferrera, la maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro produrrebbe a sua volta una forte domanda di servizi di assistenza all’infanzia, di sostegno alle attività scolastiche, di assistenza domiciliare per non autosufficienti, di assistenza paramedica a domicilio, di gestione e sorveglianza della casa e così via. E se il tasso di occupazione femminile raggiungesse in Italia quello maschile verosimilmente il nostro PIL crescerebbe del 20%! Proprio ieri il Governatore della Banca d’Italia Visco nel suo intervento ad un convegno sul ruolo della donna nell’economia italiana ha tra l’altro posto l’accento sul problema della disoccupazione e di quella femminile in particolare. “Oltre 2 milioni di giovani oggi nel nostro Paese – ha spiegato -, non studiano, non lavorano e non partecipano a un’attività formativa, di questi 1,2 milioni sono donne, e le donne sono la maggioranza sia tra coloro che pur disponibili a lavorare non cercano attivamente un’attività di impiego, perché ritengono di non avere sufficienti probabilità di trovarlo, sia tra coloro che sono attivamente alla ricerca di un’occupazione”. ”Bisogna trasformare una grave debolezza in una straordinaria opportunità – ha continuato Visco -. È un obiettivo che non possiamo non porci. Dalla strategia di Lisbona a oggi è una delle aree da cui ci dobbiamo aspettare un contributo potenzialmente rilevante per la crescita economica e civile”. Invece, le donne sono il sesso forte dal lato della demografia. Vediamone il perché. Benché al concepimento vi sia parità fra i due sessi, sorprendentemente alla nascita si registra una prevalenza del sesso maschile in un rapporto, considerando la legge dei grandi numeri, molto stabile e prossimo a 105 nascite maschili ogni 100 femminili. Questa regolarità statistica veniva evidenziata dagli studiosi già nei secoli scorsi: per esempio lo statistico tedesco Johann Peter Sussmilch (1707-1767) l’attribuiva alla volontà divina, Digitus Dei est hic. Questo rapporto però si modifica subito dopo in quanto le donne con l’avanzare dell’età manifestano, rispetto all’altro sesso, una maggiore resistenza alle malattie, alle fatiche ecc. che si evidenzia in più elevati livelli di sopravvivenza. Così, mentre attorno ai venti anni si osserva quasi sempre la parità numerica tra i sessi, successivamente è sempre di più evidente la prevalenza numerica delle donne e nelle età più elevate il loro numero supera in maniera marcata quello degli uomini, soprattutto nelle popolazioni con forte invecchiamento. A questo proposito ricordiamo che in Italia la vita media alla nascita nel 2011 è stata di 84,5 anni per il sesso femminile e di 79,4 anni per quello maschile, mentre all’inizio del ‘900 i due valori si attestavano per entrambi i sessi appena intorno a 43 anni. Quella qui descritta non è una legge naturale ma una conquista faticosa delle donne verso la parità: infatti sia nei secoli passati ma anche oggi in quei paesi in cui in cui le donne sono fortemente discriminate non è infrequente trovare un differenziale numerico tra donne e uomini molto contenuto od addirittura a svantaggio delle donne. Ed infatti, se si considera ancora la speranza di vita alla nascita, è possibile constatare che per esempio nello Zambia e in Afganistan sia gli uomini che le donne vivono in media lo stesso numero di anni , 50 anni per la precisione, e nello Zimbabwe le donne addirittura vivono in media meno degli uomini (rispettivamente 45 e 46 anni), a riprova della loro forte e inaccettabile discriminazione sociale. Giuseppe De Bartolo, Il quotidiano della Calabria, 8 marzo 2012
   
   
   
   
News del 27/01/2012 10:27:42:
THE CENSUS OF JEWS IN ITALY IN 1938. LE RECENSEMENT DES JUIFS EN ITALIE EN 1938. IL CENSIMENTO DEGLI EBREI IN ITALIA NEL 1938. NEL GIORNO DELLA MEMORIA RIPROPONIAMO ALCUNE NOTIZIE GIA' APPARSE SU QUESTO SITO IL 23 GENNAIO 2011 RIGUARDANTI IL CENSIMENTO DEGLI EBREI IN ITALIA. Nel corso del 1938 il governo fascista aveva ormai deciso di introdurre una legislazione antiebraica. Furono allora approntate una serie di strutture; l’atto più importante fu in luglio la trasformazione dell’Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), la ripartizione del ministero dell’Interno cui era delegato lo studio e la messa in atto dei provvedimenti. La Demorazza gestì il censimento dell’agosto 1938, il primo atto governativo rivolto a tutti gli ebrei italiani e stranieri presenti nella penisola. Esso fu una vera e propria schedatura di carattere politico, e non meramente amministrativo, uno strumento essenziale per l’attuazione della legislazione che sarebbe entrata in vigore a partire dal mese successivo. Non fu solo raccolta di dati anagrafici, ma si chiesero anche l’eventuale data di iscrizione al partito fascista e le benemerenze patriottiche. Censimenti specifici vennero fatti in ogni settore: tutti gli enti, le accademie, le istituzioni pubbliche e private, i singoli uffici furono chiamati a indagare l’eventuale presenza ebraica al proprio interno. I dati furono continuamente aggiornati anche negli anni successivi, cosicché al momento dell’occupazione nazista tutti gli ebrei erano schedati, atto che si rivelerà fondamentale nel 1943 per l’individuazione, l’arresto e l’avvio ai campi di sterminio. Il censimento della popolazione ebraica stima la presenza in Italia di 58.412 persone – compresi gli stranieri – tra cui 11.756 non sono di religione ebraica ma figurano ebree su base razziale. Nel settembre 1938 sono varati i provvedimenti legislativi veri e propri, con numerosi decreti che stabiliscono l’espulsione dalle scuole, l’allontanamento dall’Italia degli Ebrei stranieri ivi residenti dopo il 1919, i criteri razziali e religiosi di qualificazione dell’appartenenza alla razza ebraica. Infine, la difesa della razza italiana – con il definitivo allontanamento della popolazione israelita dalla vita pubblica e con l’adozione di misure persecutorie nella sfera economica, sociale e culturale. Si tratta della "persecuzione dei diritti”, così definita per differenziarla dalla successiva persecuzione fisica, la cosiddetta “persecuzione delle vite”, intrapresa nel 1943 nel centro-nord della penisola, dove gli occupanti tedeschi e la neonata Repubblica Sociale Italiana predispongono l’estensione della soluzione finale all’Italia. Per saperne di più vai alla sezione STUDI/ARTICOLI di questo sito.
   
   
   
   
News del 22/01/2012 15:27:40:
POVERI SEMPRE PIU' POVERI. Città del Messico. Dal 1990, la disuguaglianza è aumentata in quattordici dei diciotto Paesi del G20,mentre la crescita economica continua a escludere i più poveri. Lo rivela un nuovo rapporto di Oxfam (Oxford Commitee for Famine Relief) pubblicato ieri in occasione dell’incontro dei ministri delle Finanze in Messico. Concentrandosi sugli obiettivi di crescita economica globale, Governi e politici dei Paesi del G20 — spiega lo studio — hanno trascurato totalmente i bisogni dei loro cittadini più disagiati. Con il risultato che la forbice di reddito tra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata, e che i costi della crescita economica, come il degrado dell’ambiente, sono sulle spalle dei meno abbienti. Le situazioni peggiori sono state evidenziate in Russia, Cina, Giappone e Sud Africa, ma la disuguaglianza è aumentata anche in Paesi ricchi come Canada, Gran Bretagna e Germania. La Corea del Sud è l’unico Paese industrializzato che è riuscito a ridurre le disuguaglianze negli ultimi venti anni. In una nota, gli esperti del Forum economico mondiale ritengono la forte disuguaglianza nella distribuzione del reddito una delle più gravi minacce che il mondo dovrà affrontare.L'Osservatore Romano, Città del Vaticano, sabato 21 gennaio 2012
   
   
   
   
News del 07/01/2012 22:47:01:
ISTAT. Tra poco più di cinquant'anni saremo 61,3 milioni. Gli stranieri si saranno triplicati (14,1 milioni), diminuiranno invece i giovani rispetto agli anziani. L'età media si sarà alzata e la popolazione sarà sempre più numerosa al Nord, sempre di meno al Sud, che dunque si spopolerà sempre di più. La forza lavoro calerà di ben 11 punti percentuali. Queste ed altre notizie si possono cogliere dal Report sul "Futuro demografico del Paese" reso noto dall'Istat il 28 di8cembre 2011.
   
   
   
   
News del 01/01/2012 10:12:45:
AUGURI DI UN FELICE 2012, SENZA SPREAD! HAPPY NEW YEAR, WITHOUT SPREAD!
   
   
   
   
News del 30/10/2011 20:50:32:
IL PIANETA, il 31 OTTOBRE 2011, RAGGIUNGERA' I 7 MILIARDI DI ABITANTI! Secondo le Nazioni Unite, lunedì 31 ottobre la popolazione mondiale raggiunge i 7 miliardi. Questa è solo una stima, infatti potrebbe darsi che i 7 miliardi siano stati già raggiunti qualche anno fa o che potrebbero essere raggiunti fra qualche anno. Ricordiamo che nel 1800 il pianeta contava appena 1 miliardo di abitanti; raggiunge 2 miliardi nel 1927, 3 nel 1960, 4 nel 1974, 5 nel 1987, 6 nel 1999, 7 nel 2011 e raggingerà gli 8 miliardi nel 2025. Nel prossimo futuro la crescita più spettacolare si avrà in Africa, nonostante l'AIDS. La popolazione di questo continente, infatti, passerà da 800 milioni del 2000 a 3,6 miliardi del 2100.
   
   
   
   
News del 08/10/2011 21:30:15:
IL 9 OTTOBRE E' IL GIORNO DI RIFERIMENTO DEL 15.MO CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE E DELLE ABITAZIONI. RICORDIAMO CHE NEL 1861 FU FATTO IL PRIMO CENSIMENTO DELL'ITALIA UNITA. I SUCCESSIVI SEGUIRONO AD INTERVELLI DECENNALI, FATTA ECCEZIONE PER QUELLO DEL 1991 CHE NON VENNE FATTO PER DIFFICOLTà ECONOMICHE E QUELLO DEL 1941 CHE SALTO' A CAUSA DELLA GUERRA. UN'ALTRA ECCEZIONE SI EBBE DURANTE IL PERIODO FASCISTA CHE MODIFICò LA CADENZA DA DECENNALE A QUINQUENNALE, REALIZZANDO IL CENSIMENTO DEL 1936.
   
   
   
   
News del 24/08/2011 11:36:56:
DEMOGRAFIA:POPOLAZIONE MONDIALE A QUOTA 7 MILIARDI NEL 2011. La popolazione mondiale raggiungera' i sette miliardi di persone alla fine del 2011. Lo rivela l'Istituto nazionale francese per la demografia, INED, che prevede anche un numero di abitanti tra i 9 e i 10 miliardi alla fine del secolo. Negli ultimi dodici anni, ricorda l'INED la crescita esponenziale delle nascite soprattutto in Africa ha portato a un aumento di un miliardo di persone, calcolando che sei miliardi di persone erano state raggiunte nel 1999. Repubblica, 17 agosto 2011
   
   
   
   
News del 02/06/2011 19:51:05:
Sfide demografiche e politiche alimentari: intervista al Professor Gérard-François Dumont. La popolazione mondiale sta crescendo: ci sarà abbastanza cibo per tutti? Lo abbiamo chiesto al Professor Dumont Non c’è dubbio, gli sforzi mondiali per costruire un pianeta intelligente hanno prodotto effetti degni di nota: pensiamo alla life expectancy, all’aspettativa di vita sui cui mediamente oggi possiamo contare. Un bimbo che nasce oggi potrà spegnere ventidue candeline in più rispetto a cinquant’anni fa, e questo grazie a una migliore qualità della vita, a una sanità più efficiente, a città più sicure e a infrastrutture più sviluppate. Ma una life expectancy più lunga significa anche un notevole incremento demografico mondiale: ci vorrà tanto cibo in più per sfamare tutti. Come possiamo trovare una soluzione intelligente a questa sfida? Abbiamo parlato di accesso al cibo e tendenze geopolitiche col Professor Gérard-François Dumont, docente di Demografia alla Sorbona di Parigi. Professor Dumont, negli ultimi tempi si è parlato moltissimo del fatto che la popolazione mondiale è in aumento, e quindi anche la domanda di cibo crescerà drammaticamente, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Qual è la situazione attuale e quali scenari si prospettano? Se consideriamo l’evoluzione dell’alimentazione del mondo in questi ultimi anni, constatiamo che la nutrizione è migliorata in certi paesi, e che è peggiorata in altri. Dunque questo significa che la qualità di governo dei paesi e la situazione geopolitica hanno una grande un’importanza. Per esempio, da quando la Cina e l’India hanno migliorato il loro mercato agricolo, allo stesso tempo la sottoalimentazione è diminuita in questi paesi. Al contrario, in paesi dove c’è stata una situazione di guerra o una cattiva gestione, come nella Repubblica Democratica del Congo o nello Zimbabwe, abbiamo registrato un’aggravarsi della sottoalimentazione. D’altra parte, ci sono molti paesi che hanno un grande potenziale agricolo spesso male utilizzato o sottoutilizzato, soprattutto l’Africa Subsahariana, l’Uganda, l’Angola e le due parti del Congo. Tutte queste regioni dell’Africa hanno possibilità agricole molto importanti ma che non sono messe in pratica. In questo scenario complesso, i governi come possono trovare una soluzione intelligente al problema della denutrizione? E come si può mantenere un equilibrio politico tra nazioni che hanno una forte capacità produttiva e i paesi che hanno invece un forte potere d’acquisto? Innanzitutto, bisogna rendersi conto che la capacità di produzione è una nozione estremamente soggettiva. Pensiamo al 1960. Nel 1960 gli esperti ci dicevano che l’Africa con tutto il suo potenziale agricolo sarebbe diventata il continente più ricco del mondo, e che al contrario l’Asia, che era già densamente popolata sarebbe diventata terribilmente povera. Ora, è esattamente il contrario di quello che è successo, perché dal punto di vista dell’Asia, in media i paesi hanno privilegiato l’istruzione, hanno favorito il progresso tecnico, hanno incoraggiato anche la creatività, e così l’Asia ha registrato un altissimo tasso di crescita. Al contrario in Africa, dove il potenziale agricolo era molto importante, non sono stati fatti sufficienti sforzi, ed è così che è aumentata la sottoalimentazione. Uno degli elementi particolarmente importanti, è la politica fondiaria, vale a dire il diritto che hanno le persone di lavorare la terra, e a beneficiare anche dei frutti della loro produzione. Si sa perfettamente che l’Ucraina è stato il granaio agricolo dell’Europa, e che non lo è più da quando il Partito Comunista ha nazionalizzato tutto. L’Etiopia è stata il granaio agricolo per l’Africa prima che fossero nazionalizzate tutte le terre, perché la gente non vuole sfruttare la terra se sa appunto che poi la produzione sarà loro portata via. Quali sono per un paese i fattori che determinano una politica agricola di successo, e per la popolazione la possibilità di accedere facilmente al cibo? C’è il fattore giuridico che ho appena enunciato. Per esempio molti paesi sono proprietari di migliaia di ettari, e dunque ci sono terre che potrebbero essere coltivate ma non lo sono, e quindi ci sarebbe la possibilità di aumentare le terre coltivabili. In secondo luogo, assistiamo anche a un problema fiscale: molti paesi esercitano una fiscalità troppo pesante che pesa sugli agricoltori, e questo ovviamente li scoraggia. Terzo elemento, bisogna far sì che gli agricoltori possano andare a vendere i loro prodotti là dove ci sono consumatori, e questo presuppone infrastrutture di trasporto: vanno quindi costruite reti ferroviarie, stradali, perché gli agricoltori possano effettivamente andare a vendere i loro beni. Questi sono elementi assolutamente essenziali. È possibile evidenziare alcune tendenze geopolitiche per il futuro dell’Europa? È ottimista rispetto alle sfide demografiche che stiamo affrontando, considerando anche la forte immigrazione che interessa la Francia, l’Italia e tutta l’Europa? Sappiamo perfettamente che oggi giorno l’Unione Europea sta vivendo una certa confusione, in quanto non sa molto bene quali siano i suoi obbiettivi: se l’obbiettivo dell’Unione Europea è quello di diventare una potenza che opera per la pace e lo sviluppo del mondo, oppure se il suo obbiettivo è semplicemente quello di costituire una lobby, una zona di libero scambio, che tutto sommato non svolge un ruolo importante nel mondo. Se il suo obbiettivo è il secondo, l’Unione Europea dovrebbe ampliarsi tantissimo, addirittura fino alla Nuova Zelanda! Se invece è vero il contrario, se intende svolgere un ruolo nel mondo, deve farlo con paesi che sono pronti ad assumersi questo compito: quindi all’interno dell’UE i paesi che vogliono andare oltre, devono lavorare assolutamente insieme. Ma inevitabilmente ognuno fa le sue scelte, e questo farà sì che ci siano diverse geografie all’interno dell’Europa. In realtà abbiamo già varie geografie europee: la geografia dell’Euro, la geografia di Schengen, la geografia dell’Unione Europea… dunque ecco che ci vorrebbe un’altra geografia, quella della buona volontà! Se i nostri amici Βritannici non vogliono seguire un determinato progetto, non per questo bisogna rinunciarci! Articolo di Serena Gerboni, 1 giugno 2011, posted su Smarter City
   
   
   
   
News del 23/04/2011 07:50:50:
CHI NASCE OGGI VIVRA' 100 ANNI, di ANDREA MALAGUTI, La Stampa, 21/04/2011. La previsione inglese: il record sarà toccato da una persona su quattro. In tutta Europa si allunga la vita media. Quale sarà il prezzo da pagare? Il funzionario dell’Ufficio Nazionale di Statistiche prova a dirlo con un umorismo tutto suo: «Gli inglesi stanno decidendo di smettere di morire». Non raccogliendo alcun genere di riscontro, neppure un labbro stirato come cenno di cortese comprensione, decide di andare al sodo. «Un suddito della Regina su quattro con meno di sedici anni è destinato a diventare centenario. Questa la sua aspettativa di vita». Poi, perché non ci siano dubbi, scandisce le parole: «Cento anni tondi. Un destino attualmente riservato a 11 milioni di connazionali, 900 mila di loro hanno già più di 65 anni». Il dubbio attraversa la sala piena di professori universitari e di direttori sanitari: andiamo verso a un mondo migliore o pieno di infelicità? Seduto su una poltrona di pelle con lo stesso odore dell’interno di una Lexus, il conservatore Ian Duncan Smith, responsabile delle politiche sul lavoro, ossessionato dall’idea di un Paese soffocato dalle malattie croniche e schiacciato da un peso pensionistico in grado di schiantarlo alle fondamenta, ribadisce in tempo reale che l’età per ritirarsi assistiti dallo Stato passerà prima a 66 e poi a 70 anni nel giro di un lustro. «Siamo orgogliosi del nostro sistema. Peccato che non regga più. D’altra parte fu introdotto nel 1936 quando solo il 33% degli uomini e il 40% delle donne aveva una aspettativa di vita superiore ai 65 anni». E David Sinclair, responsabile dell’International Longevity Centre, aggiunge: «Siamo destinati a sopportare un poderoso aumento della pressione fiscale». Anche perché se è vero che già oggi in Europa si vive fino a 77 anni, sono solo 61 quelli in cui il fisico non ha bisogno di cure. E la forbice è destinata ad allargarsi. Benvenuti nel futuro. Va da sé che il problema non è solo inglese. Le donne francesi sono le più longeve. Arrivano a 84,4 anni, tre mesi in più delle italiane. Tra gli uomini il primato va agli svedesi: 78.8. La Romania è il fanalino di coda tra le donne (76,2), la Lituania chiude tra gli uomini (65.1). Ma entro il 2050 uomini e donne resisteranno fino a novant’anni e le spese sanitarie saliranno vertiginosamente. Un mondo oggi forse inimmaginabile. O forse già cominciato. Le compagnie telefoniche, ad esempio, investono massicciamente su quello che si chiama mobile-healthcare, cioè curarsi col telefonino. «Un aggeggio che ha persino il 70% della popolazione subsahariana». Il dottor Victor Higgins, manager della Apllied-Nanodetectors, mostra un apparecchio telefonico che è in grado di co n t r o l l a r e l’asma. Si soffia dentro e quello registra ogni singolo dato inviandolo a un centroricerche. Se i risultati sono allarmanti il paziente viene avvisato. «Non saremo più costretti a perdere ore negli ospedali. Malattie e riabilitazioni saranno gestite da tecnologie che chiunque potrà avere in casa o portarsi in tasca». Il giro di affari è già di 40 miliardi di euro l’anno. Se una parte di società è destinata a pagare, un’altra come sempre incasserà moltissimo. Diana Athill è una signora speciale. Ha 94 anni e vive in una casa di cura londinese. E’ una donna naturalmente elegante, con occhi molto più azzurri di quello che è banalmente il loro colore. E’ una scrittrice e tra i suoi amici ci sono (o ci sono stati) Philip Roth, John Updike e Mordecai Richler. Ma adesso la persona con cui va più d’accordo è una donna di 105 anni che vive sotto il suo stesso tetto. «E’in gamba, ma vorrebbe morire. Dice che il suo corpo, pur riuscendo a fare ancora molto, non le dà più alcun piacere. Anzi, l’ostacola. E spiega che tutto quello che comincia prima o poi deve finire. Beh, ha ragione». La Athill racconta che invecchiando ha sentito i suoi sintomi come crimini. Sapeva che avrebbe dovuto rendere piena confessione al dottore, ma non aveva voglia di sentire la condanna. Si è dovuta rassegnare. «Questa previsione dei 100 anni non mi dà nessuna soddisfazione. Non ci voglio arrivare. Ma nessuno è autorizzato a prendere la decisione al mio posto. Dobbiamo tenere gli occhi aperti. La tentazione di scaricare gli anziani è forte. Invece vanno curati. Per quello che si pùò. Finché lo decidono loro». Lei lo sa bene che non basta un filo di ferro a riparare le fessure dell’esistenza.
   
   
   
   
News del 03/04/2011 21:39:33:
UNIONE EUROPEA: NATALITA' E ASPETTATIVA DI VITA IN AUMENTO. Un tasso di fecondità in crescita e un aumento della speranza di vita. Queste le tendenze mostrate dal terzo rapporto sulla demografia nell’Unione Europea, pubblicato da Eurostat. Nel territorio dell’Unione, riporta l’agenzia Sir, il tasso di fecondità medio è di 1,60 figli per donna, a conferma della tendenza positiva inaugurata nel 2003 (1,47). Tra i 27 Paesi membri solo Portogallo, Malta e Lussemburgo non hanno visto crescere il loro numero di nati. Notevoli passi avanti nella natalità si riscontrano invece in Bulgaria, Repubblica ceca, Slovenia e Lituania. I tassi di fecondità più elevati - dati 2009 - si registrano però in Irlanda (2,07), Francia (2,00), Regno Unito (1,96), Svezia (1,94), mentre in assoluto i dati più bassi si verificano invece in Lettonia (1,31), Ungheria e Portogallo (1,32), Germania (1,36). Eurostat segnala inoltre che “negli ultimi cinquant’anni la speranza di vita alla nascita è aumentata nell’Ue di circa 10 anni, sia per le donne (82,4 anni) che per gli uomini (76,4). (M.R.). Fonte: Radio Vaticana
   
   
   
   
News del 26/03/2011 22:00:16:
LE LEGGI ANTIEBRAICHE DELL'ITALIA FASCISTA. DECRETO MINISTERIALE 16 aprile 1944-XXII, n. 136, Trasformazione della direzione generale per la demografia e la razza in direzione generale per la demografia (GUI n. 93, 20 aprile 1944). DECRETO MINISTERIALE 16 aprile 1944-XXII, n. 136 Trasformazione della direzione generale per la demografia e la razza in direzione generale per la demografia. IL MINISTRO DELL'INTERNO Visto il Decreto 8 ottobre 1943-XXII, del Duce del fascismo, Capo della Repubblica Sociale Italiana, sulla sfera di competenza e funzionamento degli organi del Governo, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale d'Italia del 22 ottobre 1943-XXII, n. 247; Visto il R. D. 5 settembre 1938 - N. 1531, relativo alla istituzione presso il Ministero dell'Interno della Direzione generale per la Demografia e la Razza; Visto il R. D. L. 5 settembre 1938-XVI, n. 1539, convertito nella legge 5 gennaio 1939-XVII, n. 26; Visto il R. D. L. 17 novembre 1938 - N. 1728, convertito nella legge 5 gennaio 1939-XVII, N. 274; Visto il R. D. L. 3 giugno 1937-XV, N. 805, convertito nella legge 30 dicembre 1938, n. 2529; Visto il R. D. 24 dicembre 1934-XIII, N. 2316; Visto il R. D. L. 5 settembre 1938-XVI, N. 2008, convertito nella legge 22 Maggio 1939-XVII, N. 961; Vista la legge 22 Maggio 1939-XVII, n. 961; D E C R E T A : Art. 1 La Direzione Generale della Demografia e la Razza presso il Ministero dell'Interno è trasformata in Direzione Generale per la Demografia. Alla detta Direzione Generale è preposto un Prefetto. Art. 2 Alla Direzione Generale per la Demografia sono devolute tutte indistintamente le attribuzioni ed i provvedimenti in materia di Demografia - ivi comprese le attribuzioni del Ministero dell'Interno previste dalle leggi relative all'istituzione e funzionamento dell'Unione Nazionale Fascista fra le Famiglie Numerose e dell'Opera Nazionale per la Protezione della Maternità ed Infanzia, nonché quelle in materia di Cittadinanza e di matrimoni con stranieri; Art. 3 Il Consiglio Superiore per la Demografia e la Razza viene trasformato in Consiglio Superiore per la Demografia, chiamato a dare pareri sulle questioni di carattere generale interessanti la Demografia. Ne fanno parte: Il Direttore generale per la Demografia; Il Presidente dell'Istituto Centrale di Statistica; Il Direttore Generale della Sanità Pubblica; Il Presidente dell'Opera Nazionale per la Maternità ed Infanzia; Il Presidente dell'Unione Fascista fra le Famiglie Numerose; Un rappresentante del Partito Fascista Repubblicano, designato dal Segretario del P.F.R.; Un rappresentante per ciascuno dei Ministri degli Affari Esteri, della Giustizia, delle Finanze, dell'Educazione Nazionale, dell'Economia Corporativa, della Cultura Popolare e dell'Africa Italiana, designato dalle rispettive Amministrazioni; Un rappresentante dell'Ispettorato della Razza. Potranno essere chiamati, con provvedimento del Ministro dell'Interno, a far parte del Consiglio Superiore per la Demografia, persone particolarmente versate nei problemi della Demografia; Le funzioni di Segretario del Consiglio sono esercitate da un funzionario della Direzione Generale per la Demografia di grado non inferiore al VII°. Art. 4 Il presente Decreto, che sarà sottoposto a ratifica del Consiglio dei Ministri, entrerà in vigore, previa registrazione alla Corte dei Conti, il giorno stesso della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale d'Italia e, munito del sigillo dello Stato, sarà inserto nella raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti. Dal Quartier Generale, 16 aprile 1944-XII
   
   
   
   
News del 16/03/2011 05:45:23:
8 MARZO: GIOVANI DONNE IN CIFRE. Le giovani vivono con i genitori in maggioranza, ma meno dei giovani Dei 3 milioni e 855 mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4% vive con i genitori, il 13,9% in coppia con figli, il 7,8% in coppia senza figli, il 4% da sola, l’1,5% in nuclei monogenitore e l’1,5% in altro contesto familiare. I coetanei maschi vivono, invece, con i genitori nell’83,2% dei casi, in coppia con figli nel 4,7%, in coppia senza figli nel 3,6% e abitano da soli nel 5,8% dei casi. Le giovani che vivono in coppia senza figli sono 299 mila; quelle che hanno figli (in coppia o monogenitore)sono oltre mezzo milione (592 mila), mentre vivono da sole 154 mila giovani. Sono 175 mila le giovani che vivono in coppia non coniugata, pari al 21% delle giovani che vivono in coppia. Nel Sud e nel Centro è più alta la percentuale di donne giovani che vivono con i genitori: il 72,0% e il 76,8% contro il 65,7% del Nord. Fino a 24 anni è dominante il modello della permanenza in casa, ma tra 25 e 29 anni vive ancora con i genitori il 50,8%. I motivi economici (costo della casa e lavoro) si collocano in posizione rilevante per entrambi i generi (41,5%), mentre sono i maschi a sottolineare maggiormente, tra le motivazioni che li spingono a restare a casa con i genitori, il motivo “sto bene così, mantengo comunque la mia libertà” (31,3% contro 24,1%) e le giovani indicano di più il “poter continuare gli studi” (42% contro 29,8%). Più donne che studiano e con livelli di istruzione più alti. Nel 2010 il 37,6% delle giovani donne segue un percorso di istruzione, contro il 30,7% dei maschi (nel 2005 erano rispettivamente il 33,3% e il 27,8%). La quota è più alta nel Centro-Sud, soprattutto nella classe di età 25-29 anni. La percentuale è pari all’11,9% nel Nord, al 18,1% nel Centro e al 21,9% nel Mezzogiorno. Nel corso di cinque anni il livello di istruzione delle giovani è aumentato più che per i coetanei: le laureate sono passate dal 10,5% al 14,9% delle donne della stessa fascia di età, mentre i laureati dal 6,9% al 9,4%.  Le diplomate sono il 56%, una quota pari a quella dei giovani maschi, e mentre il 29,2% delle giovani possiedono al massimo la licenza media (34,8% nel caso dei maschi).  La percentuale di donne laureate è più elevata nel Nord (16,8%) e nel Centro (16%), più bassa nel Mezzogiorno (12,6%). Nell’occupazione sempre più svantaggiate  Il tasso di occupazione femminile è pari al 35,4%, contro il 48,6% dei maschi, 13 punti in meno. Solo per le laureate il tasso di occupazione è simile a quello dei coetanei (47,7% contro 48,8%). Anche per chi è in possesso di diploma, la differenza di genere nei tassi di occupazione rimane elevata (50,8% contro 37,2%).  Lo svantaggio si rileva per tutte le aree geografiche, anche se le giovani del Nord presentano un tasso di occupazione più che doppio rispetto a quelle del Sud (47,2% contro 21,9%), divario che si manifesta anche per le laureate: il tasso di occupazione femminile per chi è in possesso di laurea risulta, infatti, pari al 30,6% nel Sud e al 59% nel Nord. Più occupazione a tempo determinato rispetto ai colleghi  Le giovani donne hanno più frequentemente un lavoro a tempo determinato (34,8% contro 27,4%). La percentuale di tempi determinati tra le giovani cresce con il titolo di studio, passando dal 28,8% tra chi ha un titolo di studio basso al 35,0% delle diplomate, fino al 40,6% delle laureate.  Nel Sud, la percentuale di donne con contratto a tempo determinato raggiunge il 44,6% tra le laureate. Anche nel Nord le laureate con un lavoro a tempo determinato sono più dei maschi e la relativa quota è pari al 37,8%. Più donne in part time, in maggioranza non scelto  La percentuale di donne giovani in part time è tripla rispetto a quella maschile (31,2% contro 10,4%) e si mantiene elevata anche per le laureate (24,1%). Nel Sud tale percentuale si attesta al 38,1%, nel Centro al 32,5% e nel Nord al 27,5% (rispettivamente 11,8%, 12,2% e 8,7% per la componente maschile).  Il 64% delle donne di 18-29 anni dichiara di lavorare part time perché non ha trovato un lavoro a tempo pieno. L’incidenza del part time involontario aumenta passando dal Nord (56,1%), al Centro (64,3%), al Mezzogiorno (76,1%). Le laureate presentano una percentuale inferiore, ma sempre elevata (57,2%). 8 marzo 2011 │ 2 Titolo di studio più elevato rispetto al lavoro svolto Un terzo dei giovani occupati ha un titolo di studio più elevato di quello che servirebbe per svolgerlo, il che denota forte sottoutilizzo del capitale umano. Il fenomeno del sottoutilizzo della forza lavoro femminile è in continuo aumento negli ultimi anni: dal 28,5% del 2005, al 31,7% del 2007, al 33,8% del 2009. Le giovani presentano una percentuale di due punti più alta dei loro coetanei (34,8% contro 32,5%). Nel Sud la distanza è maggiore (5,5 punti: 38,7% contro 33,2%). Le laureate sottoutilizzate raggiungono il 49,5% contro il 42% dei laureati. La differenza di genere in questo caso si accentua nel Sud con il 50,6% di laureate sottoutilizzate e il 39,8% di laureati. Tra i diplomati emerge una differenza di genere che penalizza la componente maschile (48,7% contro il 41,9%). Sono più numerose dei maschi le giovani che non lavorano e non studiano Nella classe di età 18-29 anni sono 1 milione 153 mila le giovani Neet che non studiano né lavorano; più della metà (622 mila) vive al Sud e la metà (626 mila) ha tra 25 e 29 anni.In percentuale, le giovani che non studiano e non lavorano sono il 29,9%, un valore più alto di quello maschile (22,9%). Il livello è molto elevato tra le giovani con basso titolo di studio (43,8%), ma si mantiene intorno ad un quarto per le diplomate e laureate. Nel Sud le giovani Neet sono il 39,8%, contro il 22,8% del Nord e il 23,9% del Centro. Nel Sud è alta la percentuale di Neet anche tra i maschi (34,1%). Quasi una laureata su tre al Sud è Neet (il 31,3%), ma la percentuale risulta elevata anche tra le laureate nel Nord (20,9%) e nel Centro (25,3%). Più disoccupate le giovani donne Il tasso di disoccupazione femminile, per l’età 18-29 anni, è al 21,1%, contro il 18,4% di quello maschile. Il tasso di disoccupazione arriva al 33,1% al Sud, dove anche quello maschile è alto (28,4%). Con riferimento alle giovani tra i 18 e 19 anni, il tasso di disoccupazione femminile è molto più elevato – il 48,3%, con punte del 53,7% – al Sud, ma anche al Nord (42,6%) resta alto. Il tasso di inattività femminile è al 55,1%, contro il 44,4% dei coetanei maschi. Ciò è dovuto alla elevata presenza di studentesse, che rappresentano il 59,8% delle inattive. Più lavoro familiare e meno tempo libero per le giovani La divisione dei ruoli di genere è molto accentuata anche tra i giovani, sia tra quanti vivono ancora in condizione di figlio con i genitori, sia tra quanti hanno ormai formato una famiglia propria. Non solo la quota di giovani figlie coinvolte nel lavoro familiare è doppia rispetto a quella degli uomini (75,4% contro il 37,3%), ma anche il tempo mediamente dedicato a questo tipo di attività è superiore (1 ora e 59 minuti contro 1 ora e 15). Il divario tra i due generi si accentua tra i giovani che hanno una famiglia propria: in questo caso, la durata del lavoro familiare è pari a 5 ore e 47 minuti per le donne, contro 1 ora e 53 dei coetanei maschi; a ciò va aggiunto che le donne svolgono almeno un’attività di lavoro familiare nel 98,6% dei casi, a fronte del 52% dei coetanei. Non emergono particolari differenze territoriali, contrariamente a quanto accade per il titolo di studio. Le donne laureate dedicano meno tempo al lavoro familiare (2 ore e 13 minuti contro le 4 ore e 13 minuti delle donne con basso titolo di studio e 2 ore e 50 delle diplomate). Pur dedicandosi di più i maschi al lavoro retribuito (8 ore e 6 minuti, contro 6 ore e 42) e con una frequenza di partecipazione più elevata (45,5% contro il 34%), le giovani dispongono di meno tempo libero rispetto ai loro coetanei (4 ore e 19 minuti contro le 5 ore e 7 minuti dei maschi). Leggere libri piace di più alle giovani donne Le giovani leggono libri nel tempo libero nel 64,4% dei casi contro il 41,3% dei coetanei, 23 punti percentuali in più. La differenza di genere emerge anche nel numero di libri letti nell’anno: infatti, sono soprattutto le donne a leggere 12 e più libri all’anno (14,1% contro 12,1%) e meno quelle che leggono da 1 a 3 libri (42,8% contro 50,1%). Il vantaggio femminile è presente in tutte le ripartizioni territoriali. L’impatto del titolo di studio è molto forte sulla lettura di libri. Leggono libri l’85% delle giovani laureate rispetto al 45,4% delle giovani con titolo di studio inferiore. Fonte: Istat, 8 marzo 2011.
   
   
   
   
News del 15/02/2011 13:07:11:
AMMONIMENTO DELL'ONU CONTRO LO SVILUPPO SOSTENIBILE DELLA POPOLAZIONE. La crescita della popolazione mondiale va stabilizzata per evitare una situazione di insostenibilità. Perché questo accada è necessario far scendere la fertilità per un lungo periodo sotto il livello di sostituzione, che assicura semplicemente il rimpiazzo delle generazioni, in maniera da controbilanciare la maggiore longevità. Il monito viene del rapporto “World Demographic Trends" elaborato dalla Population Division delle Nazioni Unite in vista dello svolgimento della 44a sessione della Commissione su popolazione e sviluppo prevista per il prossimo 11-15 aprile 2011. Alla fine del 2011 il pianeta si appresta ad ospitare 7 miliardi di abitanti. Per aggiungere gli ultimi due miliardi di esseri umani ci sono voluti intervalli temporali di soli 12 anni. Malgrado il tasso di sviluppo della popolazione sia in declino gli incrementi demografici annuali restano in media ancora significativi (79 milioni per anno). La responsabilità di questa tendenza è in parte riferibile a fattori d'inerzia demografica indotta da una più elevata quantità di giovani in età riproduttiva rispetto al passato. Per il futuro le proiezioni dell'Onu considerano diversi possibili scenari correlati ai livelli di fertilità, calcolata generalmente in base al numero di figli per donna durante la sua vita riproduttiva. Le stime mostrano come anche piccole variazioni della fertilità dal livello di sostituzione possano portare a considerevoli cambiamenti nelle dimensioni della popolazione mondiale. Nell'ipotesi più pessimistica (high scenario), posto un tasso di fertilità intorno ai 2,2-2,3 figli per donna, si raggiungerebbe l'apice della crescita toccando la quota stratosferica di 30 miliardi di individui entro il 2300. Il dinamismo demografico resterebbe più accentuato nei paesi meno sviluppati e in particolar modo in Africa la cui popolazione, pure con significative riduzioni di fertilità, sarebbe comunque destinata ad aumentare del 150% nel 2100. Lo scenario intermedio, comunemente accettato come il più probabile, descrive invece un diverso andamento con un picco di crescita di 9,4 miliardi di persone nel 2070 seguito da un process0 di relativa stabilizzazione. Senonché niente garantisce, afferma il documento, che questa evenienza diventi realtà effettiva senza predisporre adeguati interventi. Sarà difficile che i paesi a fertilità alta riescano a diminuire i propri livelli in modo sufficientemente rapido e che quelli a fertilità intermedia possano decrescere fino al livello di sostituzione. Davanti alla sfida di una eccessiva espansione della popolazione, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, uno spunto importante è stato dato dalla Conferenza mondiale sulla popolazione del 1974 che ha raccomandato l'adozione di programmi di pianificazione familiare, incluso il diritto ad essere informati sui metodi contraccettivi. I governi che hanno recepito e applicato le misure indicate sono stati in grado nel tempo di ottenere i maggiori risultati nel controllo della fertilità. Fonte: Carlo LaValle, La Stampa,9 febbraio 2011
   
   
   
   
News del 03/02/2011 13:00:45:
IL REDDITO DISPONIBILE DELLE FAMIGLIE NELLE REGIONI ITALIANE. Nel periodo 2006-2009 il reddito disponibile delle Famiglie italiane si è concentrato, in media, per circa il 53 per cento nelle regioni del Nord, per il 26 per cento circa nel Mezzogiorno e per il restante 21 per cento nel Centro. Nel periodo considerato tale distribuzione ha mostrato alcune variazioni che hanno interessato principalmente il Nord-ovest, il quale ha visto diminuire la sua quota di 0,6 punti percentuali (dal 31,1 del 2006 al 30,5 per cento nel 2009) a favore di Centro e Mezzogiorno (+0,4 e +0,2 punti percentuali rispettivamente). La quota di reddito disponibile delle Famiglie del Nord-est è rimasta invariata al 22 per cento. Il periodo analizzato ha poi visto il progressivo ridursi del tasso di crescita del Reddito disponibile nazionale, che è passato da un incremento del 3,5 per cento del 2006 ad una flessione del 2,7 per cento nel 2009, la prima dal 1995. L’impatto è stato più forte nel settentrione (-4,1 per cento nel Nord-ovest e -3,4 per cento nel Nord-est) e più contenuto al Centro (-1,8 per cento) e nel Mezzogiorno (-1,2 per cento). In generale, tale diminuzione è essenzialmente da attribuire alla marcata contrazione dei redditi da capitale, anche se, in alcune regioni (in particolare Piemonte e Abruzzo), un importante contributo negativo è venuto dal rallentamento dei redditi da lavoro dipendente. La significativa diminuzione del reddito disponibile registrata dal Nord-ovest nel 2009 è da imputarsi alla cattiva performance di Piemonte e Lombardia, che da sole rappresentano il 90 per cento del reddito disponibile della circoscrizione. In Piemonte, infatti, si è verificata una forte contrazione dell’input di lavoro dipendente e, di conseguenza, dei relativi redditi da lavoro; la Lombardia sconta, invece, la battuta d’arresto degli utili distribuiti dalle imprese a seguito della diminuzione del valore aggiunto5. Le famiglie residenti nelle regioni meridionali sembrano aver subito in misura minore l’impatto della crisi. Calabria e Sicilia sono le uniche due regioni italiane in cui il reddito disponibile delle famiglie ha mostrato tassi di crescita lievemente positivi; in tali regioni, peraltro, anche la dinamica del Pil è stata migliore che altrove. Le regioni meridionali hanno anche beneficiato di una tenuta degli interessi netti ricevuti dalle famiglie, spiegata in parte dalla minore propensione delle famiglie meridionali agli investimenti rischiosi. Tale comportamento, che negli anni passati aveva frenato la crescita degli interessi netti, nel 2009 ha messo al riparo le Famiglie dalla diminuzione degli interessi attivi conseguente alla crisi (sono stati proprio i tassi di interesse delle attività finanziarie meno rischiose, come ad esempio i depositi postali, a tenere di più). Inoltre, la difficoltà per le famiglie meridionali ad accedere ai finanziamenti bancari ha contenuto l’impatto negativo sul risultato lordo di gestione della crescita dei costi intermedi per Sifim6, indotta dall’aumento degli spread sugli interessi passivi. Anche nel 2008, a fronte di un aumento del reddito disponibile nazionale del 2,3 per cento, il Nord-ovest ha registrato, per questa variabile, il tasso di crescita più contenuto (+1,8 per cento), a causa della debole dinamica di Lombardia e Liguria (+1,2 e +1,8 per cento rispettivamente). In tale anno la ripartizione che ha evidenziato la crescita più sostenuta è il Nord-est, dove si sono distinte le performance di Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trento (+5, +4,3 e +3,6 per cento rispettivamente), le migliori a livello nazionale. Contemporaneamente, Centro e Mezzogiorno hanno evidenziato tassi di crescita prossimi alla media nazionale e pari, rispettivamente, a +2,5 e +2,2 per cento. Al Centro, il valore del Lazio è risultato quello più elevato (+2,9 per cento), mentre nel Mezzogiorno si sono distinti quelli di Abruzzo e Basilicata (+3,4 e +3,1 per cento rispettivamente). Le regioni con i tassi di crescita del reddito delle famiglie più modesti sono state Molise e Calabria (+0,8 e +1,1 per cento rispettivamente). Fonte, Istat, 2 febbraio 2011.
   
   
   
   
News del 23/01/2011 17:04:49:
THE CENSUS OF JEWS IN ITALY IN 1938. LE RECENSEMENT DES JUIFS EN ITALIE EN 1938. IL CENSIMENTO DEGLI EBREI IN ITALIA NEL 1938. Nel corso del 1938 il governo fascista aveva ormai deciso di introdurre una legislazione antiebraica. Furono allora approntate una serie di strutture; l’atto più importante fu in luglio la trasformazione dell’Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), la ripartizione del ministero dell’Interno cui era delegato lo studio e la messa in atto dei provvedimenti. La Demorazza gestì il censimento dell’agosto 1938, il primo atto governativo rivolto a tutti gli ebrei italiani e stranieri presenti nella penisola. Esso fu una vera e propria schedatura di carattere politico, e non meramente amministrativo, uno strumento essenziale per l’attuazione della legislazione che sarebbe entrata in vigore a partire dal mese successivo. Non fu solo raccolta di dati anagrafici, ma si chiesero anche l’eventuale data di iscrizione al partito fascista e le benemerenze patriottiche. Censimenti specifici vennero fatti in ogni settore: tutti gli enti, le accademie, le istituzioni pubbliche e private, i singoli uffici furono chiamati a indagare l’eventuale presenza ebraica al proprio interno. I dati furono continuamente aggiornati anche negli anni successivi, cosicché al momento dell’occupazione nazista tutti gli ebrei erano schedati, atto che si rivelerà fondamentale nel 1943 per l’individuazione, l’arresto e l’avvio ai campi di sterminio. Il censimento della popolazione ebraica stima la presenza in Italia di 58.412 persone – compresi gli stranieri – tra cui 11.756 non sono di religione ebraica ma figurano ebree su base razziale. Nel settembre 1938 sono varati i provvedimenti legislativi veri e propri, con numerosi decreti che stabiliscono l’espulsione dalle scuole, l’allontanamento dall’Italia degli Ebrei stranieri ivi residenti dopo il 1919, i criteri razziali e religiosi di qualificazione dell’appartenenza alla razza ebraica. Infine, la difesa della razza italiana – con il definitivo allontanamento della popolazione israelita dalla vita pubblica e con l’adozione di misure persecutorie nella sfera economica, sociale e culturale. Si tratta della "persecuzione dei diritti”, così definita per differenziarla dalla successiva persecuzione fisica, la cosiddetta “persecuzione delle vite”, intrapresa nel 1943 nel centro-nord della penisola, dove gli occupanti tedeschi e la neonata Repubblica Sociale Italiana predispongono l’estensione della soluzione finale all’Italia. Per saperne di più vai alla sezione STUDI/ARTICOLI di questo sito.
   
   
   
   
News del 02/01/2011 21:29:05:
FEDERALISMO MUNICIPALE. Lo Studio del senatore Stradiotto del PD sul nuovo fisco previsto dal federalismo fiscale, ripreso da tutta la stampa, realizzato sui dati approntati dalla Commissione paritetica sul federalismo fiscale del Ministero del Tesoro (COPAFF), fornisce una proiezione abbastanza verosimile e significativa delle differenze delle entrate che, rispetto all’oggi, i comuni italiani avranno con il federalismo fiscale. In questa nota cercheremo di mettere in evidenza queste differenze, che incrociate con altri dati, come quelli recenti contenuti nel Primo rapporto sulla coesione sociale, portano ad affermare che purtroppo nei prossimi anni il divario economico e sociale tra il Nord e il Sud del Paese aumenterà sempre di più. Fino ad oggi i trasferimenti dallo Stato ai comuni derivavano dal Capitolo del Ministero dell’Interno denominato “Trasferimenti agli Enti Locali”. Per avviare il federalismo fiscale, a partire dal 201, questi trasferimenti arriveranno non da questo capitolo ma da un fondo denominato“Sperimentale di riequilibrio”, alimentato da una serie di imposte (registro, di bollo, ipotecaria e catastale, dai tributi catastali speciali, dall’IRPEF relativa ai redditi fondiari e dalla cedolare secca sugli affitti).Poi, a partire dal 2014, con l’autonomia finanziaria, una parte delle entrate comunali (primo pilastro) sarà ottenuta dai tributi sopra elencati, ma derivanti esclusivamente dagli immobili situati nel territorio di competenza del comune interessato e sulla base dei fabbisogni standard, mentre la seconda tranche di entrate- il secondo pilastro che rappresenta la vera autonomia finanziaria- deriverà da una nuova imposta, chiamata IMU (imposta municipale unica) che raggrupperà le attuali tasse comunali (ICI, addizionale IRPEF e così via). Sempre nel 2014 i comuni avranno anche la facoltà di prevedere una imposta municipale secondaria che raggrupperà la TOSAP, COSAOP, tassa sulla pubblicità ecc. Nello studio di Stradiotto sono state calcolate per 90 capoluoghi di provincia le differenze tra l’attuale trasferimento e il presunto gettito del primo pilastro; lo studio dimostra così che i cespiti immobiliari producono una entrata molto disomogenea da comune a comune, per cui sarà necessario un consistente fondo perequativo che però sarà di difficile realizzazione a causa del perdurare nei prossimi anni delle difficoltà economiche. Così, dei 90 comuni capoluoghi considerati 52 otterrebbero dei benefici, mentre 40, in gran parte nel Sud, verrebbero fortemente penalizzati. Per esempio, rispetto ad oggi, Cosenza avrebbe una penalizzazione del 55% delle entrate statali, Catanzaro del 46%, Reggio Calabria del 45%, Matera del 28%, Potenza del 56%, Messina del 59%, Catania del 43%, Agrigento del 22%, Benevento del 26%, Napoli del 61%, Taranto del 50%, Brindisi del 50%, l’Aquila addirittura del 66%. Né sarà pensabile che queste minori entrate potranno essere colmate con l’ICI, in quanto le secondo case nei capoluoghi di provincia e in particolare in quelli calabresi rappresentano una percentuale molto bassa rispetto al totale delle abitazioni. Le minori entrate produrranno inevitabilmente una drastica riduzione degli interventi nei servizi più delicati e fragili come il welfare comunale e non solo. Se poi queste stime vengono incrociate con i dati forniti dal recente “Primo rapporto sulla coesione sociale”, si ha un quadro veramente preoccupante del futuro prossimo di molti comuni italiani del Mezzogiorno. Limitandoci alla sola Calabria ricordiamo che nel 2009 il tasso di disoccupazione giovanile è uno dei più alti d’Italia (31,8%), la nostra regione primeggia anche per incidenza della povertà relativa(29,6%), il 22,7% delle famiglie non ha persone occupate e il 26% di tutte le famiglie calabresi non riesce a sostenere spese impreviste, non può permettersi una vacanza lontano di casa, un pasto adeguato ogni due giorni, né riscaldare adeguatamente l’abitazione, né permettersi lavatrice, tv a colori, televisione e automobile. Giuseppe De Bartolo, Il Quotidiano, 30 dicembre 2010.
   
   
   
   
News del 01/01/2011 20:47:26:
Happy New Year Happy New Year Happy New Year.........
   
   
   
   
News del 24/12/2010 06:55:19:
MERRY CHRISTMAS, MERRY CHRISTMAS, MERRY CHRISTMAS..................
   
   
   
   
News del 19/12/2010 19:43:28:
I RISULTATI DELL'ESAME DI DEMOGRAFIA DEL 10 DICEMBRE SCORSO PER GLI STUDENTI DI DES CHE HANNO SOLO 6 CREDITI E PER GLI ALTRI CHE HANNO 5 CREDITI SONO VISIBILI NELLA SEZIONE DIDATTICA/ ESAMI DI QUESTO SITO, CAUSA IL NON FUNZIONAMENTO DEL PORTALE DELLA FACOLTA'.REGISTRAZIONE: LUNEDI' 20 DIC. ORE 10,30 STUDIO PROF. DE BARTOLO, DIP. ECON. E STAT. TERZO PIANO.
   
   
   
   
News del 11/12/2010 16:28:04:
LA LEGGE SUL DIVORZIO COMPIE QUARANT'ANNI, GIUSEPPE DE BARTOLO. Il 1 dicembre 1970, cioè esattamente quarant’anni fa, la Camera dei Deputati, dopo un dibattito che era durato tutta la notte, approvava definitivamente la legge sul divorzio. Presiedeva Sandro Pertini . I favorevoli furono 319, votarono contro i democristiani e i missini, raccogliendo appena 286 voti. Si concludeva così il primo round di una lunga ed appassionata battaglia che si sarebbe chiusa in modo definitivo con la schiacciante vittoria dei NO del referendum popolare del 1974, il secondo dopo la scelta fra monarchia e repubblica. La percentuale dei NO, cioè dei i contrari all’abrogazione della legge sul divorzio, fu del 59,1%, mentre quelli del SI del 40,9%; votarono l’88,1 % degli aventi diritto, percentuale che testimonia quanto fosse alto all’epoca il senso civico degli italiani. Venne stimato che il 7% degli elettori del fronte del SI tradirono le disposizioni partitiche, votando quindi secondo coscienza. Nell’immediatezza dell’entrata in vigore della legge le cancellerie dei tribunali vennero sommerse da una valanga di istanze. Nel 1971 vi furono quasi 30 mila tra divorzi e separazioni, e la crescita sia dei divorzi che delle separazioni crebbe negli anni successivi in maniera costante fino ad arrivare nel 2008 a 84mila divorzi e a quasi 55mila separazioni. L’introduzione del nuovo diritto di famiglia nel 1975, che sanciva la parità giuridica dei coniugi e l’abbassamento della maggiore età a 18 anni, la battaglia per l’introduzione volontaria della gravidanza del 1978, che ha suscitato sia prima che dopo la sua approvazione molte polemiche e ostacoli in fattori esterni alla sua normativa, quelle per l’emancipazione della donna, avviarono trasformazioni profonde nella società italiana. Quegli anni, dunque, furono segnati da forti cambiamenti, ma anche da laceranti vicende come il terrorismo; inoltre, il progresso economico che aveva caratterizzato il decennio precedente era dapprima rallentato e poi sfociato nella crisi del 1973-75, che rappresentò un forte trauma sul piano psicologico più che economico, venendo meno la convinzione della inesauribilità delle risorse naturali provocata dallo shock petrolifero. Il modello keynesiano del welfare state iniziò a quell’epoca a mostrare i propri limiti per l’aumento dei costi, in un momento di forte rallentamento dello sviluppo economico; ripresero così vigore le teorie liberiste e monetariste in precedenza abbandonate, che hanno portato alla progressiva demolizione del nostro sistema previdenziale; demolizione che continua oggi con i tagli previsti nell’ultima finanziaria del 2010 e con la sempre più diffusa accettazione dell’idea che per salvare il patto fra le generazioni dei padri e dei figli è necessario lavorare tutti di più e più a lungo, legando la pensione alla aspettativa di vita. Gli accadimenti di quegli anni ci consegnano una società profondamente trasformata. Sono diminuiti i primi matrimoni che da 392 mila del 1972 sono passati a 212 mila nel 2008 e sono sempre più tardivi: gli sposi alle prime nozze hanno in media 33 anni, le spose quasi 30. In progressivo aumento sono invece i secondi matrimoni e si conferma l’aumento dei matrimoni in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera: 37 mila nel 2008. Sono in aumento i matrimoni civili, uno su tre, e questo fenomeno riguarda sempre più spesso le prime unioni, infatti oltre un quarto delle nozze tra celibi e nubili è stato celebrato in Comune. Le famiglie sono sempre più piccole per il calo della fecondità (oggi il numero medio dei figli è 1,4), l’età alla nascita dei figli ha raggiunto 30,8 per le donne e 34,6 per gli uomini come effetto della posticipazione dell’uscita dei giovani dalla famiglia di origine, la rete di aiuto informale alle famiglie continua ad essere una risorsa fondamentale del nostro paese, ma la proporzione di famiglie aiutate è diminuita nel tempo, soprattutto verso le famiglie con componenti anziani; l’aumento dell’invecchiamento della popolazione mette sempre di più in crisi l’assistenza alla terza età, tendono verso la parità i carichi dei lavori domestici tra i coniugi. Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria il 1 dicembre 2010
   
   
   
   
News del 03/12/2010 06:59:23:
L'ITALIA PAESE DI EMIGRANTI, ORA FUGGONO I CERVELLI. Presentato ieri il rapporto annuale della Fondazione Migrantes sulla migrazione dal Belpaese. ROMA - Sono poco più di 4 milioni. La metà sono donne. E, col passare del tempo sono sempre più giovani. Ecco l’esercito, di anno in anno più numeroso, degli italiani residenti all’estero, dal Sudamerica alla Germania, passando per gli Usa. Lo ha analizzato il rapporto annuale “Italiani nel mondo” stilato dalla Fondazione Migrantes e presentato ieri a Roma. Un documento che, come evidenziato dal direttore generale di Migrantes mons. Giancarlo Perego, dimostra come l’Italia sia ancora «un Paese di emigrazione». Anche perché, oltre ai 4.028.370 di iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, un numero sempre maggiore di laureati e ricercatori va via dalla penisola in cerca di occupazione. E di rado rientra in patria. Il rapporto mostra come nel 2010 gli italiani all’estero siano aumentati di 113mila unità rispetto all’anno precedente e di 1 milione rispetto al 2006 e, attualmente, hanno un’incidenza del 6,7% sulla popolazione totale residente in Italia. Il 55,6% di questi è emigrato realmente dal proprio Paese; il 37% è invece nato in terra straniera. Quella italiana è un’emigrazione euroamericana, tanto che Argentina e Germania sono rispettivamente il primo e il secondo Paese a registrare il più alto numero di italiani registrati (oltre 600mila). Il flusso emigratorio contemporaneo non è certo paragonabile a quello di mezzo secolo fa. Tuttavia, secondo Migrantes, ogni anno ci sono circa poco più di 50mila nuove partenze, cifra superiore ai flussi di ritorno. Poi ci sono gli oriundi, una vera e propria “altra Italia” con 80 milioni di unità dislocate in buona parte in Brasile, Argentina e Stati Uniti. Quella di ieri è soprattutto «un’emigrazione giovanile e questo fa pensare alla necessità di politiche universitarie, di rafforzare tutti i programmi di ricerca in atenei e imprese», ha spiegato mons. Perego. Il rapporto, infatti, conferma la “fuga dei cervelli” dal nostro Paese negli ultimi anni e rivela che l’estero “ruba” i più bravi all’Italia. Non ci sono dati ufficiali, ma secondo la graduatoria “Top Italian Scientist”, che misura il grado di performance degli scienziati nostrani, solo 7 italiani su 10 lavorano in Italia e il 60% di quelli collocati alle posizioni più alte si trova all’estero. I ricercatori italiani nel mondo, secondo un’indagine recente del Cnr, non sono più giovanissimi. Hanno perlopiù tra i 30 e i 40 anni, quasi tutti hanno mantenuto la cittadinanza italiana anche se poco meno della metà risiede nel Paese in cui lavora attualmente ormai da dieci anni. Sono persone con un’alta istruzione e formazione che però nella propria terra d’origine non avevano un lavoro. E, per gran parte, non hanno intenzione di ritornarci. FONTE: Il corriere canadese.
   
   
   
   
News del 20/11/2010 16:45:51:
LA DIVISIONE DEI RUOLI NELLE COPPIE. ANNO 2008-2009. Dal 1° febbraio 2008 al 31 gennaio 2009 l’Istat ha condotto la terza edizione dell’Indagine multiscopo sull’Uso del tempo, intervistando un campione di 18.250 famiglie e 40.944 individui, che hanno descritto in un diario le attività quotidiane. L’indagine permette, inoltre, di analizzare la divisione dei carichi di lavoro domestico e di cura tra uomini e donne che vivono in coppia. In particolare, l’Istat presenta oggi le stime preliminari dei principali aggregati relativi all’uso del tempo nelle coppie in cui la donna ha tra 25 e 44 anni, ovvero che si trovano nella fase di vita caratterizzata, in genere, dalla partecipazione al mercato del lavoro e dalla presenza di figli conviventi. Per analizzare il grado di condivisione dei carichi di lavoro familiare nella coppia, è possibile utilizzare l’indice di asimmetria del lavoro familiare1, che misura quanta parte del tempo dedicato da entrambi i partner al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolto dalle donne. Nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne, valore di poco più basso di quello registrato nel 2002-2003 (77,6%). Persiste dunque una forte disuguaglianza di genere nella divisione del carico di lavoro familiare tra i partner. L’asimmetria nella divisione del lavoro familiare è trasversale a tutto il Paese, anche se nel Nord raggiunge sempre livelli più bassi. Le differenze territoriali sono più marcate nelle coppie in cui lei non lavora. L’indice assume valori inferiori al 70% solo nelle coppie settentrionali in cui lei lavora e non ci sono figli, e nelle coppie in cui la donna è una lavoratrice laureata (67,6%). Rispetto a sei anni prima, l’asimmetria rimane stabile nelle coppie in cui la donna non lavora (83,2%). Cala, invece, di due punti percentuali nelle coppie con donna occupata, passando dal 73,4% del 2002-2003 al 71,4% del 2008-2009. Tale calo riguarda sostanzialmente le coppie con figli: in presenza di due o più figli l’indice passa, infatti, dal 75% al 72,2%. Alcuni dei cambiamenti che hanno caratterizzato i 14 anni intercorsi tra le precedenti due rilevazioni continuano ad evidenziarsi negli anni più recenti, spiegando la diminuzione delle asimmetrie. Tra il 1988-1989 e il 2002- 2003, ad esempio, si era registrata una significativa riduzione del tempo di lavoro familiare delle donne, soprattutto occupate, e una sua redistribuzione interna, caratterizzata da un calo del tempo dedicato al lavoro domestico e da un incremento del tempo di cura dei figli da parte delle madri. Contestualmente, cambiamenti, anche se di minore entità, si erano verificati nell’universo maschile. Era cresciuto, seppur lievemente il coinvolgimento degli uomini al lavoro familiare, sia in termini di partecipazione che di tempo investito. La significativa riduzione del tempo di lavoro familiare delle donne e il lieve incremento del contributo maschile sono due tendenze che, con diversa intensità, avevano ridotto il gap di genere, pur lasciando in evidenza la persistenza di un’asimmetria elevata nella divisione del lavoro familiare. Negli ultimi sei anni, prosegue la strategia di contenimento del lavoro familiare da parte delle donne. Ad esempio, confrontando i collettivi di donne alle due date di indagine, la durata del lavoro familiare cala di 15 minuti, ma tale tendenza non riguarda tutte le donne: esso si concentra sulle madri ed in particolare sulle madri lavoratrici, per le quali il tempo di lavoro familiare scende da 5h23’ a 5h09’. Anche negli ultimi sei anni, la riduzione del tempo dedicato al lavoro familiare si associa ad una redistribuzione delle attività che ricadono al suo interno: cala di 14’ il tempo delle madri per il lavoro domestico (17’ per le occupate) e cresce, anche se lievemente, il tempo per la cura dei bambini fino a 13 anni. Nello stesso periodo è stabile il tempo dedicato dagli uomini al lavoro familiare (1h43’), mentre diminuisce il numero di quanti, in un giorno medio, svolgono almeno un’attività di lavoro familiare (dal 77,2% al 75,9%). Solo in presenza di figli e di una partner occupata si evidenzia un incremento di 9’ (da 1h55’ a 2h04’) del tempo di lavoro familiare, che riguarda soprattutto il lavoro di cura dei bambini fino a 13 anni (+6’), e a cui corrisponde un aumento di circa due punti percentuali anche nella frequenza di partecipazione. È interessante inoltre sottolineare che cresce il coinvolgimento nel lavoro domestico dei padri con partner occupata, anche se ciò non si traduce in un aumento del tempo dedicato. Negli ultimi sei anni i cambiamenti nei tempi del lavoro familiare si sono dunque concentrati nelle coppie con donna occupata e con figli, ovvero nelle situazioni in cui l’onerosità del carico di lavoro complessivo che ricade sulle donne impone a queste una riorganizzazione dei tempi di vita. Anche in queste situazioni più gravose i mutamenti dei comportamenti maschili restano però lenti e limitati. Fonte, ISTAT, 2010
   
   
   
   
News del 15/11/2010 15:32:30:
Anche dalla demografia un'occasione per investire. Oggi viviamo più a lungo di 40 o 50 anni fa. Un'evidenza statistica, che può essere un ottimo tema di investimento. Un po' perché l'andamento demografico è prevedibile in largo anticipo, sulla base del trend delle nascite e dei decessi, e un po' perché l'aspettativa media di vita si allunga. «Da vent'anni mi occupo di risparmio e parlo con gli investitori – dice Alida Carcano, vicepresidente di Valeur Sa (Lugano) –. Ora come non mai il minimo comun denominatore per tutti è quello dell'incertezza. La gente rifiuta i bond perché non rendono, ma teme le azioni perché rischiose». Insomma, trovare certezze non è facile. Giusto. Però una delle poche cose sicure, da qui ai prossimi decenni, è che la popolazione globale continuerà a invecchiare. Proprio partendo da questa considerazione, abbiamo cercato di ragionare su come la questione demografica possa diventare un'occasione di investimento globale. Un'occasione che oggi sembra accelerata. È vero, l'invecchiamento si sviluppa molto più velocemente che in passato. Gli americani ultrasessantacinquenni hanno impiegato 69 anni, dal 1944 al 2013 (secondo le previsioni basate su rilevazioni di lungo periodo, ndr) per passare dal 7 al 14% della popolazione globale, mentre in Cina un analogo raddoppio – dal 7 al 14% – dovrebbe verificarsi in 27 anni (dal 2000 al 2027). Oggi il tema/problema dell'invecchiamento riguarda soprattutto Giappone ed Europa, decisamente meno gli Usa, grazie alla politica immigratoria. Ma il fenomeno può essere occasione di investimento? Sì. In particolare abbiamo selezionato due tipi di investimento: quello nell'healthcare e quello nei beni e servizi per gli anziani. Il primo coinvolge – grazie all'allungamento medio della vita – i sottotemi del biofarma, delle tecnologie biomedicali, dei servizi e delle case di cura per gli anziani. L'interesse per i beni e i servizi agli over 65 si basa invece sulla considerazione che i "vecchietti" di oggi, rispetto a quelli degli ultimi decenni, hanno mediamente a disposizione un reddito superiore, hanno più cura per la propria persona, hanno uno stile di vita attivo e sono anche disponibili a investire malgrado l'età. Dove si trovano le migliori occasioni? La prima ipotesi, la più semplice, è investire attraverso fondi specializzati. Per esempio, specifici sono il fondo Lombard Odier Golden Age che punta su titoli liquidi (+1,4% da inizio anno), il Julius Baer Sustainable Healthy Living che investe in prodotti e servizi con focus su nutrizione e benessere (+21% da gennaio) e il Franklin Templeton Biotech Discovery (+15%). E invece per chi preferisce le singole aziende? Innanzitutto deve scegliere fra blue chip e small cap (più volatili e rischiose). Fra le prime, con un'importante componente del fatturato realizzata tramite prodotti per gli anziani, vi sono sicuramente Nestlè e Roche, mentre fra i titolini spiccano per interesse la svizzera Sonova (leader mondiale negli strumenti di supporto all'udito e di tecnologia audio wireless), l'americana Edward Lifesciences (trattamento di disturbi cardiovascolari complessi e produttore di valvole cardiache), la francese Essilor (lenti correttive e strumenti ottici) e la tedesca Rhön-Klinikum (gestione di case di cura per anziani in Germania). Lunedì, 15 Novembre 2010: Il Sole 24 ORE - Finanza e Mercati
   
   
   
   
News del 09/11/2010 14:54:05:
Conferenza nazionale «Famiglia: storia e futuro di tutti», organizzata a Milano dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. L'Italia ha la febbre alta. E' ora di terapie.Prima di ogni terapia c’è la diagnosi. E quella pronunciata da Gian Carlo Blangiardo è netta: siamo malati. Colpiti da una grave forma di mutazioni demografiche «del tutto impensabili solo qualche decennio fa». Basta uno dei tanti esempi portati alla Conferenza nazionale sulla Famiglia dal docente di Demografia all’università Bicocca di Milano: «Chi nel 1974, in un clima di "bombe demografiche" che non risparmiavano nemmeno l’Italia, avrebbe scommesso sul raggiungimento della crescita zero in un paio di decenni? Gli esperti, in tutta buona fede, delineavano per il 2000 uno scenario totalmente diverso: 65 milioni di popolazione italiana e quindi una densità di 214 abitanti per chilometro quadrato...», contro i 180 attuali. E ancora: chi solo 30 o 40 anni fa avrebbe previsto «il raddoppio degli anziani dal 1971 al 2010»? Ma soprattutto la rarefazione dei giovani, oggi quasi 6 milioni in meno rispetto ad allora? Nel frattempo, poi, è aumentato il numero delle famiglie in Italia, cresciute di ben 9 milioni, ma nel frattempo si sono per così dire "ristrette" di dimensioni, scendendo sotto la soglia dei tre componenti in media per famiglia (2,4 è la media attuale, ovvero mezzo figlio per coppia). Insomma, nell’arco di una generazione la popolazione italiana ha subìto una trasformazione analoga a quella realizzata in un intero secolo di unità nazionale (1861-1961). E la febbre oggi è alta, al punto che non c’è più tempo per le diagnosi, è urgente passare alle cure. Tre in particolare le priorità indicate da Blangiardo «in una logica di prospettiva»: le difficoltà nei giovani a spiccare il volo e uscire dal nido per costituirsi una propria famiglia; il divario tra il numero di figli che si desidererebbe mettere al mondo e quelli che in realtà si generano; il numero sempre più grande di anziani soli al mondo. Il volo dal nido. Come detto, il volo dalla famiglia d’origine in Italia lo si spicca sempre più tardi, e l’aver dilatato la permanenza dei giovani in casa dei genitori ha via via creato un effetto domino di ritardi: si studia più a lungo, si trova il primo impiego più tardi, si posticipa il matrimonio e quindi il primo (e spesso unico) figlio, che arriva ben oltre i 30 anni. Il figlio desiderato (ma non procreato). Le donne italiane, però, continuano ad avere un’elevata propensione ad essere madri, tant’è che ognuna desidera in media almeno due figli, e questa è la bella notizia. La brutta è che invece si fermano quasi sempre al primo, così che la media nazionale attualmente è di un figlio e mezzo per donna (1,4). Molte le cause, ma è facilmente intuibile che avere i figli più tardi significa averne meno. Spaventata dalla denatalità, la nostra società affida sempre più spesso le proprie speranze alle donne immigrate, tradizionalmente più prolifere, ma i dati - spiega Blangiardo - dimostrano che anche loro si adattano presto al modello riproduttivo della società che le ospita, specie nelle metropoli: solo nel 2006 mettevano al mondo 2,5 figli a testa in media (contro il nostro 1,4), mentre nel 2009 erano già scese a una media di 2 (con punte negative di 1,4 a Genova, 1,3 a Roma, 1,2 a Napoli). Nulla di sorprendente, visto che i problemi sono gli stessi delle coppie italiane: «È un segnale della loro integrazione», anche se in negativo, «e non si può delegare a una collettività fragile come sono gli immigrati la magica soluzione del problema fondamentale del calo delle nascite», ammonisce Blangiardo. Il contagio, dunque, si allarga. Più anziani, più soli. «Evitare che per un italiano su venti la solitudine si trasformi in una vera e propria esclusione sociale è un impegno non marginale - avverte poi il demografo -, un obiettivo al quale occorre lavorare sin da ora». Altrimenti il quadro sarà presto molto grave: se gli ultra90enni attualmente sono quasi 500mila, nel 2031 saranno oltre 1 milione e 300mila, e in molti casi faranno parte dell’universo di oltre 8 milioni di persone sole. Uno scenario per nulla catastrofista, visto che già ora i dati dell’ultimo quindicennio segnalano, a fronte di un aumento degli ultra75enni pari al 63% circa, un ulteriore aumento di quelli soli (70% circa). Un problema che ci riguarda tutti, visto che l’obiettivo comune e condiviso è quello di invecchiare (unica alternativa al morire), e invecchiare felicemente è la conditio sine qua non perché ciò avvenga serenamente. Fin qui, alla Conferenza sulla Famiglia, la diagnosi. In attesa di ascoltare le terapie. Lucia Bellaspiga, Avvenire, 9 novembre 2010
   
   
   
   
News del 31/10/2010 15:00:55:
L’immigrazione: una risorsa per lo sviluppo. La Caritas/Migrantes ha presentato contemporaneamente in molte città italiane il XX Rapporto sull’immigrazione. Come ogni anno, a partire dal 1991, questo Dossier statistico fa il punto sull’immigrazione straniera, mettendo in evidenza sempre tratti nuovi di un fenomeno che sta segnando in maniera irreversibile la nostra società. L’Italia a partire dal lontano 1973, anno in cui ha termine la parabola emigratoria , si è avviata a diventare un paese di immigrazione: da poche migliaia di immigrati si giunge all’inizio di quest’anno a quasi 5 milioni di soggiornanti , ovvero 1 immigrato ogni 12 residenti. L’aumento dei residenti immigrati è stato di ben 3 milioni nell’ultimo decennio e di ben 1 milione nell’ultimo biennio. In questi ultimi anni spesso è stato posto l’interrogativo se l’immigrazione debba essere considerata una minaccia o un risorsa per l’Italia. Noi riteniamo che gli aspetti positivi dell’immigrazione siano largamente superiori a quelli negativi. Vediamo alcuni. Certamente, l’immigrazione straniera ha contribuito ad attenuare il malessere demografico che l’Italia sta vivendo da molti decenni e che si è tradotto nel veloce e consistente invecchiamento della popolazione e in una forte diminuzione delle nascite. Ricordiamo che solo il 2,2% degli stranieri sono ultrasessantacinquenni a fronte del 20,2% nell’insieme della popolazione residente; le donne italiane hanno una fecondità tra le più basse del mondo, 1,33 figli, che se mantenuta nel futuro causerebbe una riduzione consistente della popolazione e forti squilibri nella sua composizione per età e sesso; le donne straniere, con una fecondità di 2,05 figli, temperano invece il valore medio italiano facendolo salire a 1,41 figli per donna. Questi aspetti hanno avuto alcune conseguenze sul piano interculturale: dal 1996 al 2008 sono stati celebrati 240mila matrimoni misti ; mezzo milione di persone hanno acquisito la cittadinanza italiana; 570mila sono stati gli stranieri nati in Italia; si sono avuti 110mila gli ingressi per ricongiungimento familiare. Ma gli immigrati contribuiscono alla produzione del PIL per ben l’11% e senza i lavoratori immigrati alcuni settori come l’agricoltura, l’edilizia, alcune tipologie di industrie e certi servizi legati agli effetti dell’invecchiamento della popolazione, come l’assistenza familiare, entrerebbero in forte crisi. Il Dossier mette altresì in evidenza che gli immigrati versano all’anno contributi fiscali e previdenziali per 11 miliardi di euro, ricevendo invece molto di meno in prestazioni e servizi trattandosi di lavoratori giovani. Come imprenditori sono una realtà in forte crescita: oggi sono 400mila gli stranieri titolari di impresa; per ogni 30 imprenditori 1 è immigrato con prevalenza dei marocchini nel commercio e dei romeni nell’ edilizia. L’impatto positivo degli immigrati- sottolinea il Dossier- si ritrova anche nell’andamento del sistema pensionistico: attualmente tra gli immigrati è pensionato 1 ogni 30 residenti mentre tra gli italiani 1 ogni 4. Nel 2025 vi sarà 1 pensionato ogni 12 persone mentre questo rapporto tra gli italiani sarà di circa 1 a 3. Tra i problemi connessi all’immigrazione che emergono ricordiamo la maggiore diffidenza verso la presenza straniera per il coinvolgimento in attività devianti, e la crescita del senso di insicurezza degli italiani amplificata però anche dalla crisi economica in atto. Il Quotidiano della Calabria, 27 ottobre 2010
   
   
   
   
News del 05/10/2010 12:15:31:
CCCE: in Europa inverno demografico. In Slovacchia il minor tasso di fecondità da PS, il 4 ottobre 2010 «L’Europa sta entrando in un periodo di inverno demografico». L’allarme è stato lanciato la scorsa settimana da mons. Carlos Simon Vazquez, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, parlando a Zagabria ai presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa che hanno dedicato questa prima parte dell’Assemblea plenaria Ccee al tema della famiglia e del calo demografico. Il rappresentante vaticano ha presentato ai presuli europei il quadro della natalità oggi in Europa dal quale emerge che l’indice di fecondità è quasi dappertutto al di sotto di 2,0 per donna in età fertile. Nei Paesi dove persiste una forte immigrazione il dato diventa meno preoccupante (Belgio, Germania, Lussemburgo, Scozia, Spagna…). Dove invece non c’è immigrazione, come nell’est dell’Europa, l’invecchiamento è più rapido. Il Paese europeo con il pericolo più forte di invecchiamento sarà la Slovenia dove l’indice di fecondità sarà di 1,2 e dove oltre il 40% degli abitanti avrà più di 65 anni. Attualmente, invece, l’indice di fecondità più alto è in Islanda (2,2), mentre quello più basso è in Slovacchia (1,22). Le ricadute del calo demografico sulla famiglia, ha detto mons. Vazquez, «sono notevoli perché in questo contesto è fortemente indebolita e fragile. La famiglia è sempre meno allargata e sempre più nucleare ed isolata: il modello diffuso è una coppia più un figlio, o anche un genitore e un figlio». Purtroppo i Governi europei, è l’avvertimento allarmistico dell’Istituto per la politica famigliare (IPF, una rete di studiosi europea), non si sono ancora resi conto dei problemi che stanno per esplodere. Hanno una visione limitata, a breve termine, e pensano ancora che si possa intervenire con politiche come il prolungamento dell’età lavorativa. Sbagliano, perché non risolvono la situazione all’origine. E non si tratta nemmeno soltanto dei 27 Paesi membri dell’Unione, ma dell’inteto continente, inclusa la Russia. Anche peri aiuti pubblici per le famiglie o la maternità siamo ancora in alto mare: «Purtroppo, il quadro è pessimo»; la Spagna, su questo fronte, è il fanalino di coda d’Europa e l’Italia non è messa molto meglio. Uno degli aspetti più preoccupanti, già sottolineato dall’IPF lo scorso Novembre, è l’incremento esponenziale delle interruzioni volontarie di gravidanza: dal 1990 «sono stati realizzati 28 milioni di aborti nell’Unione Europea» e ormai «sono diventati la prima causa di mortalità» nel continente. Una cifra agghiacciante, la metà della popolazione dell’Italia. Le preoccupazioni per la situazione demografica futura sono mitigate dall’effetto dell’immigrazione, che continuerà a caratterizzare la vita del continente europeo (attizzando peraltro chi grida all’islamizzazione dell’Europa-NdR). Interessanti in questo senso i dati relativi ai ragazzi di 14 anni: se nel 1960 la popolazione under 14 era del 27,1%, nel 2010 la percentuale è crolalta al 15,9%. Le proiezioni al 2050 parlano però di una popolazione under 14 di appena l’11,9%. Aumentano invece in modo esponenziale gli anziani: se nel 1960 gli over 65 erano il 13,5% nel 2050 saranno il 34% della popolazione, di cui un terzo con 85 anni. Sotto osservazione a Zagabria soprattutto i dati relativi alla natalità: ad eccezione di Francia, Svezia e Islanda, che mantengono un indice sopra il 2 per donna fertile, l’indice medio di fecondità in Europa è all’1,52. Dal quadro generale delle famiglie europee risulta che il 41% è senza figli, il 27% con un solo figlio, il 24% con due figli e appena il 6% delle famiglie in Europa ha tre figli. Crescono inoltre i bambini che nascono fuori dal matrimonio e in alcune nazioni del Nord e dell’Est arriva a superare il 50% delle nascite. (Fonte Toscana Oggi, La Redazione
   
   
   
   
News del 02/10/2010 22:56:11:
OGGI E’ LA FESTA DEI NONNI: MOLTI DOVERI, POCHI DIRITTI.
Roma, 2 ott. - (Adnkronos) - ''Con la loro costante disponibilità ad aiutare, ascoltare e comprendere, i nonni costituiscono sicuri punti di riferimento per la vita delle famiglie chiamate ad affrontare, in un contesto sociale di crescenti difficoltà, anche le gravi conseguenze della attuale congiuntura economica. I nonni sono infatti in grado di assicurare un insostituibile apporto per la formazione di una consapevolezza condivisa, offrendo ai giovani la testimonianza di generazioni più anziane che sono state protagoniste della crescita civile e democratica del nostro paese''. E' quanto sottolinea il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio rivolto alle nonne e ai nonni d'Italia, in occasione della giornata a loro dedicata. "Nella giornata della festa nazionale dedicata alle nonne e ai nonni d'Italia desidero rivolgere loro un affettuoso saluto con i sentimenti di profonda riconoscenza di tutti gli italiani per la generosità di cui danno quotidianamente prova'', scrive il capo dello Stato. ''Desidero quindi rinnovare a nome di tutte le istituzioni e dell'intera comunità nazionale sentimenti di rispetto e di gratitudine a tutti coloro che stanno vivendo questa particolare stagione della vita, spesso esposta anche a condizioni di disagio, offrendo ai più giovani il grande patrimonio di esperienze, valori e ideali acquisito nel corso della vita. Con questo spirito -conclude Napolitano- rinnovo alle nonne e ai nonni d'Italia, in una ricorrenza che mi coinvolge anche personalmente, i piu' sentiti auguri e un caloroso saluto". Per l'occasione è stato definito il decreto con cui il presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell'Interno, ha conferito, alla memoria, alla signora Assunta Caristo la medaglia d'oro al Valor Civile per essere riuscita, il 15 marzo del 2010 a Trezzano sul Naviglio, "con generoso slancio e coraggiosa determinazione, all'improvviso sopraggiungere di un tir, incurante del rischio personale, a spingere con forza fuori dall'attraversamento pedonale la carrozzina con il nipotino, mettendo in salvo il piccolo, rimanendo tuttavia travolta dal mezzo e perdendo così tragicamente la vita. Mirabile esempio - come si legge nella motivazione - di nobili sentimenti di amore, spinti fino all'estremo sacrificio". A fare i conti in tasca alle famiglie ci pensa l'Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani che si associa alle parole del presidente della Repubblica circa il ruolo fondamentale che oggi i nonni esercitano nella società italiana. Tredici milioni di anziani e 9 milioni di nonni, 4 milioni di bambini, da 0 a 13 anni, che trascorrono gran parte della giornata e i fine settimana accanto ai nonni con un risparmio di almeno mille euro al mese per le famiglie. ''Si può tranquillamente affermare che l'apporto di queste splendide figure parentali rivesta anche un significativo apporto economico atteso che i giovani genitori, dato l'aiuto dei nonni, riescono a risparmiare fino a mille euro al mese di spese per baby sitter o asili nido'', precisa il presidente nazionale Ami, l'avvocato Gian Ettore Gassani. ''In Italia - continua - manca una politica seria di aiuto alla famiglia soprattutto nel Mezzogiorno. Sono appunto i nonni che rappresentano un ammortizzatore sociale per fare fronte alle problematiche delle giovani coppie. Nel giorno della festa dei nonni deve essere tuttavia ribadito che, per loro, il nostro sistema sociale e giudiziario riserva soltanto doveri ma pochissimi diritti''.
   
   
   
   
News del 20/09/2010 16:33:44:
FASCISM DEMOGRAPHIC POLICY.LA POLITIQUE DEMOGRAPHIQUE DU FASCISM. LA POLITICA DEMOGRAFICA DEL FASCISMO. Il DISCORSO DELL'ASCENSIONE, pronunciato alla Camera dei Deputati il 26 Maggio del 1927, rappresenta un documento fondamentale per comprendere la politica demografica del fascismo che rappresentò un elemento chiave per la costruzione dello stato fascista. Riportiamo qui di seguito quella parte di quel discorso.
...... Di qui la tassa sui celibi, alla quale forse in un lontano domani potrebbe fare seguito la tassa sui matrimoni infecondi. Questa tassa dà dai 40 ai 50 milioni; ma voi credete realmente che io abbia voluto questa tassa soltanto a questo scopo? Ho approfittato di questa tassa per dare una frustata demografica alla Nazione. Questo vi può sorprendere; qualcuno di voi può dire: «Ma come, ce n’era bisogno?» Ce n’è bisogno. Qualche inintelligente dice: «Siamo in troppi». Gli intelligenti rispondono: «Siamo in pochi». Affermo che, dato non fondamentale ma pregiudiziale della potenza politica, e quindi economica e morale delle Nazioni, è la loro potenza demografica. Parliamoci chiaro: che cosa sono 40 milioni d’Italiani di fronte a 90 milioni di Tedeschi e a 200 milioni di Slavi? Volgiamoci a Occidente: che cosa sono 40 milioni di Italiani di fronte a 40 milioni di Francesi, più i 90 milioni di abitanti delle Colonie, o di fronte ai 46 milioni di Inglesi, più i 450 milioni che stanno nelle Colonie? Signori, l’Italia, per contare qualche cosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo con una popolazione non inferiore ai 60 milioni di abitanti. Voi direte: Come vivranno nel territorio? Lo stesso ragionamento, molto probabilmente, si faceva nel 1815, quando in Italia vivevano soltanto 16 milioni di Italiani. Forse anche allora si credeva impossibile che nello stesso territorio avessero potuto trovare, con un livello di vita infinitamente superiore, alloggio e nutrimento i 40 milioni di Italiani di oggidì. Da cinque anni noi andiamo dicendo che la popolazione italiana straripa. Non è vero! Il fiume non straripa più, sta rientrando abbastanza rapidamente nel suo alveo. Tutte le Nazioni e tutti gli imperi hanno sentito il morso della loro decadenza, quando hanno visto diminuire il numero delle loro nascite. Che cosa è la pace romana di Augusto? La pace romana di Augusto è una facciata brillante, dietro la quale già fermentavano i segni della decadenza. Ed in tutto l’ultimo secolo della seconda Repubblica, da Giulio Cesare, che mandò i suoi legionari muniti di tre figli nelle terre fertili del Mezzogiorno, alle leggi di Augusto, agli ordines maritandi, l’angoscia è evidente. Fino a Traiano tutta la storia di Roma, nell’ultimo secolo della Repubblica e dal primo al terzo secolo dell’Impero è dominata da questa angoscia: l’Impero non si teneva più, perché doveva farsi difendere dai mercenari. Problema: queste leggi sono efficaci? Queste leggi sono efficaci, se sono tempestive. Le leggi sono come le medicine: date ad un organismo che è ancora capace di qualche reazione, giovano; date ad un organismo vicino alla decomposizione, ne affrettano, per le loro congestioni fatali, la fine. Non si può discutere se le leggi di Augusto abbiano avuto efficacia. Tacito diceva di no; Bertillon, dopo 20 secoli, diceva di sì, in un suo libro molto interessante, dedicato allo spopolamento della Francia. Comunque, sta di fatto che il destino delle Nazioni è legato alla loro potenza demografica. Quand’è che la Francia domina il mondo? Quando poche famiglie di baroni normanni erano così numerose che bastavano a comporre un esercito. Quando, durante il periodo brillante della Monarchia, la Francia aveva questa orgogliosa divisa: «Égale à plusieurs» e quando, accanto ai 25 o 30 milioni di Francesi, non c’erano che pochi milioni di Tedeschi, pochi milioni di Italiani, pochi milioni di Spagnoli. Se vogliamo intendere qualche cosa di quello che è successo negli ultimi 50 anni di storia europea, dobbiamo pensare che la Francia, dal ’70 ad oggi è aumentata di 2 milioni di abitanti, la Germania di 24, l’Italia di 16. Andiamo ancora nel profondo di questo problema che mi interessa. Qualcuno ritiene, – altro luogo comune che oggi si demolisce, – che la Francia sia la Nazione a più basso livello demografico che vi sia in Europa. Non è vero. La Francia si è stabilizzata sul 18 per mille di natalità da circa 15 anni. Non solo, ma in certi dipartimenti francesi vi è un risveglio della natalità. La nazione che tiene il primato in questa triste faccenda è la Svezia, che è al 17 per 1000, mentre la Danimarca è al 21, la Norvegia al 19 e la Germania è in piena decadenza demografica; dal 35 per 1000, è discesa al 20. Mancano due punti e sarà al livello della Francia. Anche l’Inghilterra non è in condizioni brillanti. Nel 1926 il suo livello di natalità è stato il più basso d’Europa: 16,7 per 1000. Delle nazioni europee, quella che tiene la palma è la Bulgaria, coi 40 per 1000, poi vengono altre nazioni con livelli diversi, e finalmente vale la pena di occuparsi d’Italia. Il quinquennio di massima natalità fu tra il 1881 e il 1885, con 38 nati vivi su 1000; il massimo fu nel 1886, con 39. Da allora siamo andati discendendo, cioè dal 39 a 35 per 1000 siamo discesi oggi al 27. È vero che di altrettanto sono diminuite le morti; ma l’ideale sarebbe: massimo di natalità, minimo di mortalità. Molte regioni d’Italia sono già al disotto del 27 per 1000. Le regioni che stanno al disopra sono la Basilicata, ed io le tributo il mio plauso sincero, perché essa dimostra la sua virtù e la sua forza. Evidentemente la Basilicata non è ancora sufficientemente infetta da tutte le correnti perniciose della civiltà contemporanea. Vengono poi la Puglia, la Sardegna, le Marche, l’Umbria, il Lazio. Ma le regioni che si tengono sul 27 per 1000 sono l’Emilia e la Sicilia; al disotto la Lombardia, la Toscana, il Piemonte, la Liguria, le Venezie Tridentina e Giulia......
   
   
   
   
News del 17/09/2010 16:39:47:
Abbadia San Salvatore (Prov. Siena): pubblicato il bando per un’assunzione nel settore Urp e demografia. Opportunità lavorativa al Comune di Abbadia San Salvatore, che nei giorni scorsi ha pubblicato un bando per selezionare un istruttore amministrativo da impiegare nel settore dell’Urp, Ufficio relazioni con il pubblico, servizi demografici e informativi. L’assunzione è a tempo indeterminato e il bando è aperto a tutti i cittadini italiani e dell’Unione europea, con conoscenza adeguata della lingua italiana, scritta e parlata, maggiorenni e in possesso del diploma di scuola media superiore. Il termine per la presentazione delle domande è fissato per le ore 13 del 30esimo giorno successivo alla pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale. Il profilo richiesto prevede un’adeguata conoscenza del procedimento amministrativo e dei sistemi informatici, per promuovere e valorizzare gli investimenti compiuti dall’amministrazione comunale nell’innovazione tecnologica. Il bando può essere richiesto all’Ufficio Segreteria – Personale del Comune di Abbadia San Salvatore ed è disponibile anche sul sito internet del Comune badengo, www.comune.abbadia.siena.it, nella sezione Atti e procedure, Concorsi, Bandi. Le prove selettive fissate dal bando saranno confermate nella sezione del sito internet. Chi non potrà accedere al web potrà contattare l’Ufficio Segreteria – Personale del Comune di Abbadia San Salvatore, in Viale Roma, 2, ai numeri 0577-770328 oppure 0577-770340, o l’Urp al numero 0577-77001 tutti i giorni, dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle ore 13.30 e il giovedì dalle ore 14.30 alle ore 17.30. La pubblicazione del bando per una nuova opportunità lavorativa rappresenta un elemento positivo per il Comune di Abbadia San Salvatore, dopo il blocco delle assunzioni dirette determinato dai vincoli del Patto di Stabilità e imposto a tanti Comuni italiani. “Le ultime assunzioni dirette – spiega Nicola Bertocci, assessore al bilancio e alle risorse umane del Comune badengo – erano state frutto di stabilizzazioni di personale assunto a tempo determinato. Alcuni recenti pensionamenti ci hanno permesso di offrire nuove opportunità, pur rispettando il contenimento della spesa per il personale fissato dal Patto di Stabilità. Il bando per un istruttore amministrativo da inserire nell’Urp e nei servizi demografici, infatti, sarà seguito, nei prossimi mesi, da una selezione per un magazziniere meccanico e per due vigili urbani. In totale, il Comune di Abbadia offrirà quattro posti di lavoro a tempo indeterminato, in un momento difficile per l’occupazione”.
   
   
   
   
News del 02/09/2010 22:27:43:
IL PASTICCIACCIO DELLE PENSIONI. Nonostante l’inasprimento dei requisiti d'accesso alla quiescenza, la spesa previdenziale nel 2009 è aumentata di un punto percentuale rispetto al PIL, con un incremento del 4,3% rispetto allo scorso anno. Questi dati si colgono dalla “Relazione generale sulla situazione economica del Paese”, diffusa nelle scorse settimane, dalla quale emergono tra l'altro due tratti interessanti: un'Italia a due velocità per quanto riguarda i redditi pensionistici, con il Nord e il Centro che sovrastano il Sud di quasi venti punti percentuali, e la prevalenza delle pensioni di vecchiaia (11,4 milioni di pensionati). Con l'ultima manovra finanziaria da 25 miliardi, che nelle intenzioni del governo dovrebbe portare il deficit al 2,7% del PIL nel 2012, è continuata la demolizione del nostro sistema previdenziale ispirato ai criteri keynesiani. Dal 2012 per le donne del pubblico impiego l'età alla pensione di vecchiaia salirà a 65 anni come richiesto dall'Europa; dal 2015 il pensionamento sarà adeguato all'aumento della speranza di vita e questo adeguamento addirittura avverrà ogni cinque anni, in modo tale che nel 2050 si andrà in pensione per vecchiaia a 68 anni e mezzo. Questo meccanismo si applicherà anche per le pensioni di anzianità e per quelle sociali; rimarrà invece inalterata la soglia dei 40 anni di contributi. Se si guarda solo alla demografia questi provvedimenti sarebbero corretti. Infatti, per effetto della denatalità si vanno assottigliando le classi in età lavorativa e, grazie all'aumento eccezionale della sopravvivenza, l'Italia si caratterizzerà sempre di più per l'invecchiamento della sua popolazione. Tutto ciò, secondo i demolitori del welfare, porterebbe alla insostenibilità del sistema previdenziale, per cui, per salvare il patto fra le generazioni dei padri e dei figli, sarebbe necessario lavorare tutti di più e più a lungo nella vita, legando, come abbiamo visto prima, la pensione alla aspettativa di vita. In questa nota cercheremo di mettere in evidenza alcune debolezze di tutto questo impianto, facendo nostre anche alcune posizioni che l'economista Giovanni Mazzetti ha illustrato in uno suo recente libro. La dinamica demografica, riducendo il numero degli attivi e facendo crescere i pensionati, sarebbe dunque la causa della crisi del sistema previdenziale. Questo non è vero perché, com'è noto, lo straordinario sviluppo economico ha svincolato la produzione della ricchezza dalla quantità di lavoro erogata, facendola dipendere dalla sua produttività. Un altro elemento che ha contribuito a formare il senso comune prevalente oggi è il seguente: mentre da un punto di vista economico sarebbe razionale accantonare risparmi per sé per costituirsi eventualmente una pensione attraverso un fondo (sistema a capitalizzazione) non sarebbe invece economicamente sensato contribuire al mantenimento di chi va in pensione, aspettandosi di ricevere un analogo trattamento in futuro (sistema a ripartizione). Nel primo caso i soldi si conserverebbero o addirittura crescerebbero; nel secondo caso i soldi, attraverso la gestione dello Stato, sarebbero soggetti a sperpero e quant'altro. La storia ci dà, invece, esempi che vanno tutti a favore del sistema a ripartizione che, com'è noto, si caratterizza per avere una base finanziaria più solida e più ampia di un sistema a capitalizzazione, grazie alla capacità di una comunità a produrre reddito, grazie alle condizioni materiali e culturali create dalle generazioni precedenti e alla capacità dello Stato di effettuare i trasferimenti necessari dai produttori ai pensionati. Al contrario, i capitali di un sistema a capitalizzazione sono sottoposti ai rischi dei mercati. I demolitori del sistema previdenziale affermano di essere preoccupati non per l'oggi ma per il futuro in quanto, con la riduzione delle nascite e l'aumento della vita media, nel giro di alcuni decenni si avrebbe un forte squilibrio fra attivi e ultrasessantacinquenni. Questo è verosimile se si considera il semplice rapporto tra produttori e dipendenti, le cose cambiano, invece, se s'introduce nell'indice di dipendenza la misura della produttività del lavoro che come sappiamo nell'ultimo mezzo secolo è cresciuta vertiginosamente. Gli avversari della previdenza sono ossessionati, altresì, dal vincolo di bilancio del sistema pensionistico che può essere così sintetizzato: se il numero degli attivi rispetto ai pensionati si riduce drasticamente, per mantenere il bilancio in equilibrio o si raddoppia il livello dei contributi sugli attivi oppure si dimezzano le prestazioni. Di conseguenza al crescere del numero degli anziani non dovrebbero crescere le prestazioni complessive, dando ad ognuno via via di meno. Le cose però non stanno proprio così: è vero che le pensioni vengono pagate con il reddito corrente, ma è altrettanto vero che l'ammontare del reddito è a sua volta condizionato dalla spesa in pensioni; è vero che i beni e servizi inclusi nel Welfare sono resi possibili dalla crescita del PIL, ma è anche vero che l'aumento delle spese sociali costituisce un presupposto della crescita del PIL medesimo. Ci troviamo, cioè, di fronte a un processo circolare. In definitiva, possiamo concludere con Mazzetti che il continuo aumento della produttività del lavoro confuta qualsiasi ipotesi di sviluppo che pretenda di poggiare su tagli della spesa pubblica e su sacrifici economici; si tratta semmai di far dispiegare appieno le capacità produttive esistenti e godere dei frutti garantiti dalla crescente produttività in forme meno distruttive. Però, purtroppo, le cose stanno andando inesorabilmente in una direzione che penalizzerà sempre di più sia i padri che i figli. IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA, 2 settembre 2010
   
   
   
   
News del 04/08/2010 17:49:58:
ALCUNE NOTIZIE DEMOGRAFICHE DELLA PROVINCIA DI COSENZA. Nel 2009 la popolazione residente in provincia di Cosenza è risultata di 734.652 abitanti. Nel complesso dei comuni di questa provincia si sono avute 6314 nascite (8,6 per 100 abitanti) e 6808 decessi (9,3 per mille abitanti); il saldo naturale è stato pertanto negativo (-494 unita), mentre il saldo migratorio è risultato. di + 1638. Sempre nello stesso anno, la popolazione della città di Cosenza è risultata pari a 69.717 abitanti; nell’anno vi sono state 526 nascite (7,5 per mille abitanti), mentre le morti 716 (10,3 per 1000 abitanti), con un saldo naturale negativo pari a – 190 unità e un saldo migratorio di +296 unità. Infine, sempre per il medesimo anno, nell’area urbana cosentino,il comune di Rende, che ospita l’università della Calabria, ha registrato una popolazione di 35376 abitanti; le nascite sono state 288 (8,1 per 1000 abitanti) e i decessi 716 (5,7 per 1000 abitanti), con un saldo naturale negativo di – 190 unità e un saldo migratorio pari a + 296 unità. Nota a cura di Giuseppe De Bartolo su dati Istat.
   
   
   
   
News del 16/07/2010 06:53:11:
LA POVERTA’ IN ITALIA NEL 2009. L'Istituto nazionale di statistica ha reso noto i dati relativi alla povertà relativa e assoluta delle famiglie residenti in Italia, sulla base delle informazioni desumibili dall’indagine sui consumi, condotta nel corso del 2009 su un campione di circa 23 mila famiglie. Nel 2009 l’incidenza della povertà relativa è pari al 10,8%, mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Tenuto conto dell’errore campionario, la povertà risulta stabile rispetto al 2008. Nel 2009, il Mezzogiorno conferma gli elevati livelli di incidenza della povertà raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa, 7,7% per l’assoluta) e mostra un aumento del valore dell’intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%), dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate. L’incidenza di povertà assoluta aumenta, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia, (dal 5,9% al 6,9%), mentre l’incidenza di povertà relativa, per tali famiglie, aumenta solo nel Centro (dal 7,9% all’11,3%). L’incidenza diminuisce, invece, a livello nazionale, tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3,0% per l’assoluta), più concentrate al Nord rispetto al 2008.
   
   
   
   
News del 26/06/2010 18:37:50:
Il fascismo e la razza, nel libro di Israel sostegno scientifico alle leggi antiebraiche. di Giorgio Israel. ROMA (25 giugno) - È in libreria “Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime” di Giorgio Israel (il Mulino, 443 pagine, 29 euro). Israel, docente di Storia della matematica alla Sapienza di Roma, torna ad esplorare razzismo e antisemitismo durante il regime fascista che varò le leggi antiebraiche nel 1938. La tesi sostenuta e documentata con rigore nel libro, è che il razzismo di Stato trovò sostegno in alcune elaborazioni teoriche della scienza italiana, dall’antropologia all’eugenetica, alla demografia. Pubblichiamo uno stralcio del saggio di Giorgio Israel. La fisica si è liberata senza problemi dell’idea di flogisto e chi riproponesse oggi il modello tolemaico verrebbe trattato come uno stravagante. Al contrario, chi ripropone il discorso sulla razza gode di una tolleranza sconosciuta in altri contesti. È vero: oggi è meno usuale parlare di razze e di teorie razziali, dopo quel che è accaduto con lo sterminio degli ebrei e con altre orrende stragi razziali, come la tragedia del Rwanda. Inoltre, le ricerche di Luigi Luca Cavalli Sforza hanno confutato il carattere scientifico del concetto di razza. Dovremmo quindi considerarci al riparo sotto ogni profilo: teorico e morale. Purtroppo non è così. Se la parola “razza” è screditata e si fa il possibile per evitare di farne uso, l’ideologia che ne ha ispirato l’introduzione è sempre in agguato ed è pronta a riaffacciarsi. La tentazione di stabilire in termini “scientifici” le differenze mentali, psicologiche, culturali e sociali appare incoercibile, quanto lo è la tentazione razzista ovvero la tentazione di affermare la superiorità di un gruppo rispetto ad altri e il ricorso a un’oggettivazione di tipo biologico appare la via più comoda. Queste tendenze si riaffacciano ostinatamente perché nessuna delle confutazioni delle teorie razziali ha centrato la questione più importante, ovvero il fatto che la pretesa scientificità di queste teorie è soltanto uno schermo che serve a nascondere la loro natura puramente ideologica. (...) Ogni analisi storiografica e concettuale delle concezioni razziali e delle loro applicazioni pratiche è fuorviante se non aggredisce a fondo la “questione scientifica”. Quel che si è in prevalenza fatto finora è di ignorare sostanzialmente tale questione, sia considerandola irrilevante (nelle storiografie prevalentemente politiche) sia considerandola “scontata”, in quanto appartenente a un altro contesto, quello scientifico per l’appunto, essendo compito dello storico del razzismo occuparsi soltanto delle implicazioni sociali e politiche delle teorie razziali. Occorre invece cessare di dare per acquisito che esista un fondamento scientifico di queste concezioni, o anche soltanto che esse abbiano mai avuto qualcosa a che fare con la conoscenza di fatti reali. Il problema è che ci si deve muovere su un crinale molto sottile che è determinato da un dato oggettivo e da un fattore soggettivo: le teorie razziali sono non scientifiche, secondo un criterio minimale di scientificità, al disotto del quale non ha senso neppure tentare di definire delle caratteristiche specifiche dell’attività scientifica; ma, al contempo sono sentite e presentate come tali da coloro che le coltivano. Pertanto la relazione con la scienza delle teorie razziali è interamente fondata sulla convinzione soggettiva della loro scientificità. Tale colossale manifestazione di illusione e giustificazione da parte dei protagonisti nei confronti di sé stessi e degli altri, deve essere presa sul serio e non bollata come truffa, espressione di pura malafede o paravento dietro cui viene veicolata un’intenzione meramente politica. Se si parte da una premessa del genere si perviene alla conclusione che l’aspetto scientifico è irrilevante e di facciata e si costruisce un’analisi storiografica semplificata fino allo schematismo. Se invece si concede qualcosa alla loro scientificità oggettiva, si rischia di rendere impossibile la definizione di qualsiasi criterio di demarcazione dell’attività scientifica, sia pur vago e storicamente determinato, e di giustificare le teorie razziali molto di più di quanto sia ragionevole fare. In fondo, sono stati gli stessi protagonisti a incaricarsi di confutare entrambi questi punti di vista. Prendiamo il caso del celebre statistico Giorgio Mortara. Egli fece ricorso al concetto di razza e, come è stato notato, «sotto la sua direzione, il «Giornale degli economisti» pubblicò nel 1927 articoli come quello del demografo Franco Savorgnan, uno dei futuri redattori del Manifesto degli scienziati razzisti, dal significativo titolo La composizione razziale della popolazione americana, nel quale i concetti di razza superiore e inferiore costituiscono la base dell’argomentazione». Tuttavia, come vedremo, quando Mortara dovette compilare la scheda predisposta dal regime fascista per accertare la razza dei professori universitari, vi appose l’osservazione che egli non poteva dichiarare di appartenere a una razza «della quale scientificamente nega l’esistenza». Insomma, sia pure tardivamente e sotto l’effetto dei provvedimenti razziali, Mortara si rese conto dell’inconsistenza scientifica, oltre della pericolosità, dell’indirizzo assunto dalla ricerca demografica. Gran parte della storiografia è viziata dalla mancata decostruzione del significato ideologico delle concezioni razziali e dal fatto di dare per scontata l’esistenza di una loro relazione con la scienza, invece di riconoscere che questa relazione è piuttosto, ed esclusivamente, una relazione con lo scientismo. Soltanto un approccio di questo genere libero da soggezioni nei confronti di una scientificità inesistente può pervenire a interpretazioni fondate e utili a indicare la via per liberarsi dall’eterna riproposizione di uno dei più nefasti pregiudizi della storia. Fonte: Il Messaggero
   
   
   
   
News del 21/06/2010 17:38:27:
BILANCIO DEMOGRAFICO NAZIONALE ANNO 2009. Al 31 dicembre 2009 risiedono in Italia 60.340.328 persone, con un incremento di 295.260 unità (+0,5%) rispetto alla fine del 2008, dovuto esclusivamente alle migrazioni dall’estero. Il movimento migratorio, sia interno sia dall’estero, è indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro; il saldo naturale risulta positivo soltanto nelle regioni del Sud. Di particolare rilievo rispetto al movimento dell’anno precedente sono la contenuta diminuzione delle nascite, la significativa diminuzione delle migrazioni dall’estero e la flessione dei trasferimenti di residenza interni. Le famiglie anagrafiche sono 24 milioni e 905 mila; il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,4 e stabile rispetto al 2008. Fonte: Istat, 7 giugno 2009
   
   
   
   
News del 30/05/2010 21:33:54:
L'AREA URBANA COSENTINA E' IL CASO PIU' INTERSSANTE del lungo processo di redistribuzione della popolazione che ha conosciuto la Calabria nel secondo dopoguerra, processo che ha fatto via via perdere al territorio calabrese quei tratti che l’avevano contraddistinto nel passato. Ripercorriamo brevemente la storia urbana calabrese. Nei secoli scorsi, varie cause avevano fatto sì che le popolazioni calabre preferissero i centri abitati, e per lungo tempo esse hanno conservato tali preferenze sia per ragioni di sicurezza sia per la particolare configurazione del territorio regionale che ostacolava la costruzione di case nelle campagne. Infatti al censimento del 1861 l’80% della popolazione regionale viveva in centri, il 9,3% in frazioni, i cosiddetti Casali, e soltanto l’11% in case sparse. Fino ai primi dell’800, nella pubblicistica dell’epoca, la Calabria era considerata una regione sotto popolata, a seguito delle crisi che si erano susseguite dal 1500 in poi, crisi che avevano colpito soprattutto le campagne, provocando un movimento migratorio verso le città ed in particolare verso Catanzaro e Reggio Calabria, mentre risultavano in declino tutti gli altri centri più importanti tra cui Cosenza. Nel 1700 la situazione non era mutata rispetto al passato tant’è che il Galanti nel 1792, dopo aver visitato la regione, scriveva che essa era “ un vero stato di deserto”. Questo quadro rimane sostanzialmente immutato per buona parte dell’800 e solo verso la seconda metà di quel secolo la popolazione calabra registra tassi di crescita prossimi a quelli dell’intero paese; ma, a correggere lo squilibrio che nel frattempo si era venuto a creare per l’aumento di popolazione interviene la migrazione verso l’estero, fenomeno che dà uno scossone all’immobilismo che da secoli caratterizzava la regione: da poche centinaia di espatri subito dopo l’Unità, si passa a oltre 5 mila espatri del periodo 1876-1885, a oltre 13 mila del periodo 1886-95, ai 400 mila del 1906-1915. La Calabria balza dal nono posto nella graduatoria delle regioni italiane per intensità dell’emigrazione al secondo, posto che conserverà per tutto il trentennio del secolo scorso. In passato era ricorrente la domanda se in Calabria vi fossero state o vi fossero delle vere e proprie città. Questa domanda ha avuto però sempre risposta negativa. Solo negli anni ‘ 60 del secolo scorso il Gambi finalmente assegnava il carattere di città ai comuni capoluoghi, e carattere di città-paese ad altri centri importanti come Rossano, Locri e Palmi. Dopo l’Unità solo i tre capoluoghi di provincia presentavano alcuni tratti urbani grazie alla presenza di importanti uffici pubblici che li distinguevano dal mondo rurale circostante, mondo con cui però avevano legami molto stretti. La loro crescita fu comunque stentata perché la pressione demografica, anche se crescente, non era ancora sufficientemente elevata. Per esempio, il tasso di accrescimento annuo nei tre capoluoghi fu sino al 1911 quasi sempre al di sotto dell’1%. Reggio Calabria nel decennio 1901-1911 registrò addirittura un decremento della popolazione a causa del terremoto del 1908. Per Cosenza l’unica direttrice di sviluppo era verso nord, cioè verso la valle del Crati, all’epoca però ancora infestata dalla malaria. Più ristretti di Cosenza erano gli spazi in cui sorgeva Catanzaro. Invece, Reggio Calabria, ricostruita dopo il terremoto del 1783, aveva più possibilità di espansione, anche se il mare e le colline circostanti costituivano anche per questa città un forte limite. Per i motivi sopra indicati Cosenza nel 1861 contava appena 18 mila abitanti; la sua popolazione nel 1901 era aumentata di poco più di 2 mila abitanti e per superare le 50 mila unità bisogna attendere il censimento del 1951; solo successivamente Cosenza conoscerà una crescita demografica notevole. Nel 1861 Reggio Calabria, benché fosse il centro più importante dal punto di vista demografico, contava poco più di 30 mila abitanti, raggiungendo i 50 mila abitanti nel 1901. Fino al 1931 la crescita delle tre città capoluogo è stata abbastanza lenta, tant’è che dopo 70 anni dall’Unità esse non avevano ancora raddoppiato la loro popolazione. Questa debolezza del trend demografico, specialmente a cavallo fra ‘800 e il ‘900, era un chiaro sintomo della loro scarsa capacità di attrazione a causa del fatto che esse non era più i centri di quelle attività economiche di tipo tradizionale che le avevano caratterizzate nel passato: per esempio, a Cosenza molte attività artigianali, come quelle della seta, del cuoio e delle cretaglie, avevano perduto la loro antica rilevanza. Catanzaro, dopo l’Unità, era andata perdendo il suo primato di importante centro serico per divenire centro amministrativo. A Reggio Calabria molte delle industrie manifatturiere esistenti all’epoca vennero trasferite fuori dalla cinta urbana. Le città cambiavano così i loro tratti: Cosenza diventava un centro commerciale molto vivace, favorita in ciò dalla creazione di alcune infrastrutture, come la ferrovia, che ne facilitarono l’inserimento nel mercato nazionale. Il terremoto del 1905 fu poi l’evento che contribuì a rompere il suo isolamento, convincendo gli amministratori della necessità di uno sviluppo verso nord. La crescita urbana verso la valle continuò in modo lento nel periodo tra le due guerre, in modo molto più frenetico nel secondo dopoguerra. Al contrario di Cosenza, Catanzaro era sorta su di un sito non del tutto felice e ciò ha sempre rappresentato un ostacolo al suo sviluppo. Dopo l’Unità vi furono in verità dei tentativi per individuare delle direttrici di espansione verso nord e verso il mare, ma le amministrazioni che fino alla fine dell’800 si erano succedute nella guida della città mantennero sempre una posizione ambigua rispetto a questo problema e solo nel primo decennio del secolo scorso, con la costruzione di nuovi quartieri verso nord, si sanzionava di fatto la scelta dell’espansione in quella direzione. Fino al 1860 Reggio Calabria aveva avuto un apprezzabile sviluppo in direzione sud. Dopo la parentesi della crisi agraria, con l’inizio del 1900, l’espansione continuò, favorita dalla presenza del porto. Il terremoto del 1908 che distrusse gran parte dell’abitato, provocando 12 mila morti, fu la causa della rottura dei confini spaziali in cui la città era stata costretta a crescere. Ricordiamo che proprio a causa del sisma al censimento del 1911 la città registra un decremento di popolazione. Successivamente, anche se la sua espansione era condizionata dai comuni limitrofi, la sua popolazione aumenta fino a raggiungere nel 1926 sessanta mila abitanti. Ricordiamo che nel corso degli anni ’20 del secolo scorso con il decreto del luglio del 1927 i comuni viciniori vennero assorbiti nell’amministrazione unica della Grande Reggio che ebbe però vita breve in quanto la sua costituzione aggravò maggiormente i problemi che con l’unione si intendevano risolvere. Considerando i confini attuali, la crescita di Reggio Calabria, anche se notevole, è stata inferiore a quella degli altri due comuni capoluogo: la popolazione di Reggio al 1981 rispetto al primo censimento unitario si è triplicata, mentre quella di Cosenza è aumentata di quasi sei volte e quella di Catanzaro di oltre quattro volte. Nel secondo dopoguerra le città della Calabria crescono vistosamente: fatta uguale a 100 la popolazione al 1951, nel 1981 Cosenza ha una popolazione di 188, Catanzaro di 168, Reggio Calabria di 123, Crotone di 182, Lamezia di 123. Si assiste alla formazione di sistemi urbani complessi, Piana di Gioia Tauro, Piana di Sibari, aumenta altresì lo spopolamento di molti comuni isolati. Verso l fine degli anni ’60 Cosenza, per la forte pressione demografica, si espande prevalentemente in direzione nord, verso la valle del Crati, venendosi a formare una struttura macro urbana il cui asse è rappresentato da Cosenza - Rende- Montalto Uffugo. L’evoluzione urbana di Catanzaro del secondo dopoguerra è caratterizzata dallo svuotamento graduale del centro storico, che tuttavia conserva le funzioni di nucleo direzionale e dal trasferimento degli abitanti nei quartieri satelliti che via via sorgono alla periferia della città. Lo sviluppo urbano più recente di Reggio Calabria è segnato da due elementi: la creazione di una cintura urbana non uniforme intorno al centro storico ed una crescita più contenuta rispetto alle altre città capoluogo. Negli anni ’80 termina la crescita convulsa ed abnorme delle tre città capoluogo; segue quindi una fase di stabilità della popolazione ed anche di declino per l’entrata in crisi di quell’ipotesi prevalente fino agli anni ’70 di crescita illimitata intorno alle città capoluogo. Infatti tra il 1981 e il 1991 Cosenza ha una perdita notevole di popolazione da attribuire soprattutto ai trasferimenti di residenza verso i comuni della cintura urbana (Rende e Castrolibero), perdita che continuerà anche successivamente, infatti al censimento del 2001 la città di Cosenza non raggiungerà i 72 mila abitanti. Anche Catanzaro raggiunge la sua massima espansione del 1981, anno in cui supera la soglia dei 100 mila abitanti, a cui segue una flessione ma molto più contenuta di Cosenza. Reggio Calabria, invece, è la città che ha conosciuto una crescita pressoché costante dall’Unità d’Italia. Nel corso degli ultimi decenni è andato attenuandosi sempre di più il divario fra città e campagna, e si nota una crescente diffusione del carattere urbano, favorito dalla “modernizzazione”. Nonostante queste trasformazioni però i centri urbani in Calabria non hanno ancora quelle funzioni che distinguono le città moderne, uno fra tutti la mancanza di servizi di autotrasporto che consentano uno spostamento veloce ed efficace al loro interno. Tra i centri urbani l’area cosentina- che ruota intorno a due centri, Cosenza, con un patrimonio storico e culturale non indifferente e Rende, nel cui territorio sorge l’università, che si distingue per i suoi tratti urbani moderni e un’area industriale in crescita - si distingue dalle altre per una maggiore solidità economica e dinamismo sociale. Il dibattito che si sta svolgendo sull’area urbana cosentina, con interventi di personalità politiche e della società civile, grazie allo stimolo e all’ospitalità del Quotidiano della Calabria, è stato fino ad ora utile ed opportuno. Esso ha messo in evidenza spinte verso la conurbazione, ma sono emerse anche forti resistenze in questa direzione. Alcuni interventi hanno sottolineano il ruolo egemonico che dovrebbe avere Cosenza per la sua storia passata e per una identità culturale “cosentina” prevalente in tutta l’area urbana, dimenticando, come la storia ci ha mostrato, che Cosenza e tutta l’area urbana dal secondo dopoguerra in poi hanno conosciuto ondate migratorie dalle zone interne verso la città di Cosenza e successivamente da questa verso Rende e Castrolibero. Al fine di non cadere nell’errore dell’esperimento fallito dopo solo pochi anni della Grande Reggio, una conurbazione deve essere il risultato di un percorso condiviso, maturato su un progetto che individui i problemi infrastrutturali da risolvere, ma che abbia anche un’attenzione alle sacche di emarginazione sociale presenti su tutto il territorio; che individui linee di intervento per favorire la crescita economica che faccia fare il salto di qualità alle aree industriali presenti, fino ad oggi ancora limitate ad ospitare pochi settori come la logistica, il commercio e l’ artigianato; un progetto che in sinergia con l’università risolva una volta per tutte il problema dei trasporti e affronti anche quello strategico del cablaggio dell’intero territorio; che preveda, per esempio, una unica programmazione degli eventi culturali. Questi ed altri problemi possono in un primo tempo trovare soluzione non modificando l’assetto amministrativo ma mediante accordi programmatici. Solo successivamente potrebbe maturare la “convenienza” di una unione che allo stato viene sollevata solo in occasione delle consultazioni elettorali. Giuseppe De Bartolo, Il Quotidiano della Calabria, 15 maggio 2010
   
   
   
   
News del 22/05/2010 19:02:16:
FROM THE PRESIDENT OF UNITED STATES. Giuseppe -- On Thursday, the Senate passed historic Wall Street reform. This movement proved again that the strongest special interests, who for so long have called the shots in Washington, can be beat. When opponents in Congress tried to block the legislation altogether, you stood up -- and they backed down. When the lobbyists pushed for loopholes and exemptions just before a final vote, you did not relent -- and we fought them off. Your support brought us to this day -- and, because of that, we're poised to implement sensible reforms that will provide a stronger foundation for economic growth. Now, the House and Senate must iron out their differences before I can sign it into law. But the financial industry will not give up. They have already spent more than $1 million per member of Congress, lobbying on this issue. And in the coming days, they will go all in. This is their last shot to stall, weaken, or kill reform, and they are not accustomed to losing. But this movement has you -- and together, we have beaten the special interests before. Please donate $5 or more today to help Organizing for America continue to mobilize thousands -- to counter the special interests' attacks and get strong Wall Street reform to my desk. Every American has a stake in this bill. If you have ever been treated unfairly by a credit card company, this reform works for you -- never again will Americans be duped by fine print or hidden fees. If you ever try to take out a home loan or student loan, this reform works for you -- putting an end to predatory and deceptive lending practices. And, if you or your small business relies on credit from community banks that are being punished for playing by the rules while their competitors do not, this reform works for you -- reining in the big banks and making sure all our lenders are subject to tough oversight. These reforms would put in place the strongest consumer financial protections in history. And, by helping safeguard our economy from recklessness on Wall Street, it would ensure that a crisis like the one that caused this recession never happens again. This is not a zero-sum game where Wall Street loses and Main Street wins. As we have learned, in today's economy, we are all connected. When the economy prospers, we all win. Senators of both parties recognize that fact, and that is why lawmakers stood up to the lobbyists and worked across the aisle to ensure that Wall Street reform passed. But this fight is not yet over. And it is up to us to overcome this final test and pass reform into law. When we do, the power of this movement to make change in Washington -- despite the best efforts of the special interests -- will no longer be up for debate. Please donate $5 or more today: https://donate.barackobama.com/WSRSenateVictory Thank you, President Barack Obama
   
   
   
   
News del 16/05/2010 22:55:01:
COME LA DEMOGRAFIA HA CONDIZIONATO LO SVILUPPO DELLE CITTA' CALABRE. L’area urbana cosentina è il caso più interessante del lungo processo di redistribuzione della popolazione che ha conosciuto la Calabria nel secondo dopoguerra, processo che ha fatto via via perdere al territorio calabrese quei tratti che l’avevano contraddistinto nel passato. Ripercorriamo brevemente la storia urbana calabrese. Nei secoli scorsi, varie cause avevano fatto sì che le popolazioni calabre preferissero i centri abitati, e per lungo tempo esse hanno conservato tali preferenze sia per ragioni di sicurezza sia per la particolare configurazione del territorio regionale che ostacolava la costruzione di case nelle campagne. Infatti al censimento del 1861 l’80% della popolazione regionale viveva in centri, il 9,3% in frazioni, i cosiddetti Casali, e soltanto l’11% in case sparse. Fino ai primi dell’800, nella pubblicistica dell’epoca, la Calabria era considerata una regione sotto popolata, a seguito delle crisi che si erano susseguite dal 1500 in poi, crisi che avevano colpito soprattutto le campagne, provocando un movimento migratorio verso le città ed in particolare verso Catanzaro e Reggio Calabria, mentre risultavano in declino tutti gli altri centri più importanti tra cui Cosenza. Nel 1700 la situazione non era mutata rispetto al passato tant’è che il Galanti nel 1792, dopo aver visitato la regione, scriveva che essa era “ un vero stato di deserto”. Questo quadro rimane sostanzialmente immutato per buona parte dell’800 e solo verso la seconda metà di quel secolo la popolazione calabra registra tassi di crescita prossimi a quelli dell’intero paese; ma, a correggere lo squilibrio che nel frattempo si era venuto a creare per l’aumento di popolazione interviene la migrazione verso l’estero, fenomeno che dà uno scossone all’immobilismo che da secoli caratterizzava la regione: da poche centinaia di espatri subito dopo l’Unità, si passa a oltre 5 mila espatri del periodo 1876-1885, a oltre 13 mila del periodo 1886-95, ai 400 mila del 1906-1915. La Calabria balza dal nono posto nella graduatoria delle regioni italiane per intensità dell’emigrazione al secondo, posto che conserverà per tutto il trentennio del secolo scorso. In passato era ricorrente la domanda se in Calabria vi fossero state o vi fossero delle vere e proprie città. Questa domanda ha avuto però sempre risposta negativa. Solo negli anni ‘ 60 del secolo scorso il Gambi finalmente assegnava il carattere di città ai comuni capoluoghi, e carattere di città-paese ad altri centri importanti come Rossano, Locri e Palmi. Dopo l’Unità solo i tre capoluoghi di provincia presentavano alcuni tratti urbani grazie alla presenza di importanti uffici pubblici che li distinguevano dal mondo rurale circostante, mondo con cui però avevano legami molto stretti. La loro crescita fu comunque stentata perché la pressione demografica, anche se crescente, non era ancora sufficientemente elevata. Per esempio, il tasso di accrescimento annuo nei tre capoluoghi fu sino al 1911 quasi sempre al di sotto dell’1%. Reggio Calabria nel decennio 1901-1911 registrò addirittura un decremento della popolazione a causa del terremoto del 1908. Per Cosenza l’unica direttrice di sviluppo era verso nord, cioè verso la valle del Crati, all’epoca però ancora infestata dalla malaria. Più ristretti di Cosenza erano gli spazi in cui sorgeva Catanzaro. Invece, Reggio Calabria, ricostruita dopo il terremoto del 1783, aveva più possibilità di espansione, anche se il mare e le colline circostanti costituivano anche per questa città un forte limite. Per i motivi sopra indicati Cosenza nel 1861 contava appena 18 mila abitanti; la sua popolazione nel 1901 era aumentata di poco più di 2 mila abitanti e per superare le 50 mila unità bisogna attendere il censimento del 1951; solo successivamente Cosenza conoscerà una crescita demografica notevole. Nel 1861 Reggio Calabria, benché fosse il centro più importante dal punto di vista demografico, contava poco più di 30 mila abitanti, raggiungendo i 50 mila abitanti nel 1901. Fino al 1931 la crescita delle tre città capoluogo è stata abbastanza lenta, tant’è che dopo 70 anni dall’Unità esse non avevano ancora raddoppiato la loro popolazione. Questa debolezza del trend demografico, specialmente a cavallo fra ‘800 e il ‘900, era un chiaro sintomo della loro scarsa capacità di attrazione a causa del fatto che esse non era più i centri di quelle attività economiche di tipo tradizionale che le avevano caratterizzate nel passato: per esempio, a Cosenza molte attività artigianali, come quelle della seta, del cuoio e delle cretaglie, avevano perduto la loro antica rilevanza. Catanzaro, dopo l’Unità, era andata perdendo il suo primato di importante centro serico per divenire centro amministrativo. A Reggio Calabria molte delle industrie manifatturiere esistenti all’epoca vennero trasferite fuori dalla cinta urbana. Le città cambiavano così i loro tratti: Cosenza diventava un centro commerciale molto vivace, favorita in ciò dalla creazione di alcune infrastrutture, come la ferrovia, che ne facilitarono l’inserimento nel mercato nazionale. Il terremoto del 1905 fu poi l’evento che contribuì a rompere il suo isolamento, convincendo gli amministratori della necessità di uno sviluppo verso nord. La crescita urbana verso la valle continuò in modo lento nel periodo tra le due guerre, in modo molto più frenetico nel secondo dopoguerra. Al contrario di Cosenza, Catanzaro era sorta su di un sito non del tutto felice e ciò ha sempre rappresentato un ostacolo al suo sviluppo. Dopo l’Unità vi furono in verità dei tentativi per individuare delle direttrici di espansione verso nord e verso il mare, ma le amministrazioni che fino alla fine dell’800 si erano succedute nella guida della città mantennero sempre una posizione ambigua rispetto a questo problema e solo nel primo decennio del secolo scorso, con la costruzione di nuovi quartieri verso nord, si sanzionava di fatto la scelta dell’espansione in quella direzione. Fino al 1860 Reggio Calabria aveva avuto un apprezzabile sviluppo in direzione sud. Dopo la parentesi della crisi agraria, con l’inizio del 1900, l’espansione continuò, favorita dalla presenza del porto. Il terremoto del 1908 che distrusse gran parte dell’abitato, provocando 12 mila morti, fu la causa della rottura dei confini spaziali in cui la città era stata costretta a crescere. Ricordiamo che proprio a causa del sisma al censimento del 1911 la città registra un decremento di popolazione. Successivamente, anche se la sua espansione era condizionata dai comuni limitrofi, la sua popolazione aumenta fino a raggiungere nel 1926 sessanta mila abitanti. Ricordiamo che nel corso degli anni ’20 del secolo scorso con il decreto del luglio del 1927 i comuni viciniori vennero assorbiti nell’amministrazione unica della Grande Reggio che ebbe però vita breve in quanto la sua costituzione aggravò maggiormente i problemi che con l’unione si intendevano risolvere. Considerando i confini attuali, la crescita di Reggio Calabria, anche se notevole, è stata inferiore a quella degli altri due comuni capoluogo: la popolazione di Reggio al 1981 rispetto al primo censimento unitario si è triplicata, mentre quella di Cosenza è aumentata di quasi sei volte e quella di Catanzaro di oltre quattro volte. Nel secondo dopoguerra le città della Calabria crescono vistosamente: fatta uguale a 100 la popolazione al 1951, nel 1981 Cosenza ha una popolazione di 188, Catanzaro di 168, Reggio Calabria di 123, Crotone di 182, Lamezia di 123. Si assiste alla formazione di sistemi urbani complessi, Piana di Gioia Tauro, Piana di Sibari, aumenta altresì lo spopolamento di molti comuni isolati. Verso l fine degli anni ’60 Cosenza, per la forte pressione demografica, si espande prevalentemente in direzione nord, verso la valle del Crati, venendosi a formare una struttura macro urbana il cui asse è rappresentato da Cosenza - Rende- Montalto Uffugo. L’evoluzione urbana di Catanzaro del secondo dopoguerra è caratterizzata dallo svuotamento graduale del centro storico, che tuttavia conserva le funzioni di nucleo direzionale e dal trasferimento degli abitanti nei quartieri satelliti che via via sorgono alla periferia della città. Lo sviluppo urbano più recente di Reggio Calabria è segnato da due elementi: la creazione di una cintura urbana non uniforme intorno al centro storico ed una crescita più contenuta rispetto alle altre città capoluogo. Negli anni ’80 termina la crescita convulsa ed abnorme delle tre città capoluogo; segue quindi una fase di stabilità della popolazione ed anche di declino per l’entrata in crisi di quell’ipotesi prevalente fino agli anni ’70 di crescita illimitata intorno alle città capoluogo. Infatti tra il 1981 e il 1991 Cosenza ha una perdita notevole di popolazione da attribuire soprattutto ai trasferimenti di residenza verso i comuni della cintura urbana (Rende e Castrolibero), perdita che continuerà anche successivamente, infatti al censimento del 2001 la città di Cosenza non raggiungerà i 72 mila abitanti. Anche Catanzaro raggiunge la sua massima espansione del 1981, anno in cui supera la soglia dei 100 mila abitanti, a cui segue una flessione ma molto più contenuta di Cosenza. Reggio Calabria, invece, è la città che ha conosciuto una crescita pressoché costante dall’Unità d’Italia. Nel corso degli ultimi decenni è andato attenuandosi sempre di più il divario fra città e campagna, e si nota una crescente diffusione del carattere urbano, favorito dalla “modernizzazione”. Nonostante queste trasformazioni però i centri urbani in Calabria non hanno ancora quelle funzioni che distinguono le città moderne, uno fra tutti la mancanza di servizi di autotrasporto che consentano uno spostamento veloce ed efficace al loro interno. Tra i centri urbani l’area cosentina- che ruota intorno a due centri, Cosenza, con un patrimonio storico e culturale non indifferente e Rende, nel cui territorio sorge l’università, che si distingue per i suoi tratti urbani moderni e un’area industriale in crescita - si distingue dalle altre per una maggiore solidità economica e dinamismo sociale. Il dibattito che si sta svolgendo sull’area urbana cosentina, con interventi di personalità politiche e della società civile, grazie allo stimolo e all’ospitalità del Quotidiano della Calabria, è stato fino ad ora utile ed opportuno. Esso ha messo in evidenza spinte verso la conurbazione, ma sono emerse anche forti resistenze in questa direzione. Alcuni interventi hanno sottolineano il ruolo egemonico che dovrebbe avere Cosenza per la sua storia passata e per una identità culturale “cosentina” prevalente in tutta l’area urbana, dimenticando, come la storia ci ha mostrato, che Cosenza e tutta l’area urbana dal secondo dopoguerra in poi hanno conosciuto ondate migratorie dalle zone interne verso la città di Cosenza e successivamente da questa verso Rende e Castrolibero. Al fine di non cadere nell’errore dell’esperimento fallito dopo solo pochi anni della Grande Reggio, una conurbazione deve essere il risultato di un percorso condiviso, maturato su un progetto che individui i problemi infrastrutturali da risolvere, ma che abbia anche un’attenzione alle sacche di emarginazione sociale presenti su tutto il territorio; che individui linee di intervento per favorire la crescita economica che faccia fare il salto di qualità alle aree industriali presenti, fino ad oggi ancora limitate ad ospitare pochi settori come la logistica, il commercio e l’ artigianato; un progetto che in sinergia con l’università risolva una volta per tutte il problema dei trasporti e affronti anche quello strategico del cablaggio dell’intero territorio; che preveda, per esempio, una unica programmazione degli eventi culturali. Questi ed altri problemi possono in un primo tempo trovare soluzione non modificando l’assetto amministrativo ma mediante accordi programmatici. Solo successivamente potrebbe maturare la “convenienza” di una unione che allo stato viene sollevata solo in occasione delle consultazioni elettorali. Pubblicato su "Il Quotidiano della Calabria" il 15 maggio 2010.
   
   
   
   
News del 30/04/2010 23:35:40:
SEX DIFFERENTIALS IN MORTALITY IN THE WORLD. 1. In most countries, male mortality is higher than female mortality at all ages and male life expectancy is lower than female life expectancy. • Death before age 60 is far more common among males than among females. In all world regions, men have a higher chance of dying before age 60 than women. In Europe, males are more than twice as likely to die before age 60 as females and in Latin America and the Caribbean they are 73 per cent more likely to die by age 60. • Behavioural factors have a major impact on differences in survival by sex. Cigarette smoking, alcohol abuse, aggressive driving and exposure to occupational hazards are more common among men. In developed countries, cigarette smoking accounts for a large fraction of the differences in mortality bysex.1 • Women’s higher survival is also due partly to biological factors. Even in early infancy, boys are more likely than girls to die because of respiratory distress and prematurity. During the reproductive years, women are less likely than men to develop cardiovascular diseases. The reasons for these biological differences are not certain but sex hormones are believed to play a role. 2. In Africa, the differences between female and male mortality are smaller, and both sexes suffer from very high mortality risks • Communicable diseases are major causes of death before age 60 in most countries in Africa and some of those diseases are major killers of women. HIV prevalence, for instance, is higher in women than in men in the countries in Africa where overall HIV prevalence is high. • Maternal mortality is also an important cause of female deaths in Africa. Among the 52 countries where maternal conditions accounted for 15 per cent or more of the disability adjusted life years for women aged 15 to 59 in 2004, 35 are in Africa.2 • Nevertheless, males in Africa still have a high er probability of dying by age 60 than fe males: 47 per cent vs. 43 per cent. In 54 per cent of the countries in Africa, non-communicable diseases account for a higher proportion of the burden of disease among men aged 15 to 59 than among women in the same age group. In virtually all countries in Africa, injuries account for at least double the share of the burden of disease among men aged 15 to 59 than among women aged 15 to 59, and in 18 countries the share of injuries in the burden of disease in men is four times that in women. 3. Excess female child mortality exists in some countries and maternal mortality and morbidity remain high in parts of Asia and Latin America and the Caribbean • Girls in the two most populous countries start off at a disadvantage. China and India are among the few countries where under-five mortality is higher among girls than among boys. In China, excess female mortality is concentrated among infants under one year of age. In India, mortality under age one is about equal for girls and boys, but it is higher for girls aged 1 to 4 than for boys of the same age. In both countries, preference for sons translates into delays in seeking healthcare for girls who are sick and poorer nutrition among girls, all of which contrib ute to their higher mortality relative to that of boys. Because of the weight of China and India, underfive mortality for Asia as a whole is higher for girls (61 per 1,000 in 2005-2010) than for boys (56 per 1,000). • Pregnancy and childbirth remain danger ous for women in several countries in Asia and Latin Amer ica and the Caribbean. Of the 17 coun tries outside of Africa where maternal conditions ac count for at least 15 per cent of the burden of disease among women aged 15 to 59, 13 are in Asia or Oceania, including Afghanistan, Cambodia, the Lao People’s Democratic Republic, Nepal, Papua New Guinea, Timor Leste and Yemen. The rest are Bolivia, Guatemala, Haiti and Honduras. The countries where maternal mortality and morbidity remain high are among the poorest in their regions, reflecting the major shortcomings in the ability of their health systems to meet women’s needs. 4. Male mortality is especially high relative to that of females in Eastern Europe and in Latin America and the Caribbean. • In Eastern Europe, at the mortality levels prevailing in 2005-2010, 34 per cent of men aged 15 would die before age 60 but just 12 per cent of women would. In the Russian Federation, 43 per cent of 15-year-old boys would not live to see their 60th birthday, compared to 15 per cent of girls. Be larus and Ukraine have probabilities of dying by sex similar to those for Eastern Europe as a whole and therefore, men aged 15 to 59 in those countries are more than two and a half times more likely to die before age 60 than women of the same age. • Injuries account for important proportions of the burden of disease among men aged 15 to 59 in many countries. In the majority of countries in Latin America and the Caribbean, the share of injuries in the burden of disease among men aged 15 to 59 is at least three times that among women of the same age. Latin America and the Ca rib bean is the re gion with the highest rates of homicide among young men.3 Outside of Latin America, injuries ac count for at least 35 per cent of the burden of disease among men aged 15 to 59 in Iraq, the Russian Federation, Sri Lanka and Ye men. Source: UN, Population Facts, april 2010, N. 2010/4
   
   
   
   
News del 23/04/2010 13:30:10:
AL NORD VANTAGGIO DAL 27 AL 4 PER CENTO. Le ultime elezioni regionali hanno ridisegnato la mappa dei rapporti elettorali tra Pdl e Lega nel Nord del paese. Il punto di partenza della nostra analisi sono le elezioni del 2006. Queste sono le prime elezioni con la nuova legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, voluta da Berlusconi. In queste elezioni in Piemonte, Liguria, Veneto e Lombardia (le quattro regioni del Nord in cui si è votato per le regionali di fine marzo) Fi, An e Dc-Nuovo Psi (quello che sarebbe divenuto il Pdl due anni dopo) hanno ottenuto alla Camera in totale il 36,8% dei voti. Nelle stesse regioni la Lega ha ottenuto il 9,8%. Da allora il trend dei due partiti è andato in direzioni opposte. Il partito di Berlusconi in discesa, il partito di Bossi in crescita. Le elezioni del 2008 hanno rappresentato un passaggio cruciale. Queste infatti sono le elezioni in cui la Lega ha di fatto raddoppiato i suoi voti, passando da 1,32 a 2,57 milioni. Questo vuol dire che, in percentuale, nelle quattro regioni in questione, ha ottenuto il 19,9% dei voti contro il 32,5% del Pdl. Alle europee dell'anno scorso il Pdl ha confermato il suo 32,5%, mentre la Lega ha fatto un ulteriore passo avanti arrivando al 21,6. Il trend è proseguito in queste regionali, con il Pdl che è sceso al 29% e la Lega che è salita al 25,1. In sintesi, nel 2006 la differenza tra Pdl e Lega Nord era di 27 punti percentuali; nel 2010 si è ridotta a 3,9. Questa tendenza però nasconde due differenze importanti che caratterizzano il Nord del paese. La prima è di tipo geografico, la seconda di tipo demografico. Per quanto concerne la geografia, esiste un Nord-Ovest (Piemonte e Liguria) dove la Lega è relativamente più debole, e un Nord-Est (Lombardia e Veneto) dove la Lega è considerevolmente più forte, e praticamente alla pari con il Pdl. Infatti nelle due regioni del Nord-Ovest il Pdl nel 2010 ha ottenuto il 28% dei voti, contro il 14,9% della Lega. Invece nelle due regioni del Nord-Est il Pdl ha preso il 29,4% e la Lega Nord il 29,3%. Per soli 4.332 voti il partito di Bossi non è riuscito a diventare il primo partito del Lombardo-Veneto. Il sorpasso sul Pdl le è invece riuscito, come è noto, in Veneto dove la Lega ha ottenuto il 35,2% contro il 24,8% del Pdl. Oltre alla geografia anche la demografia differenzia nettamente i due partiti del centrodestra. Infatti disaggregando il voto in base alla ampiezza dei comuni si vede che Lega Nord è il partito con la percentuale di voti più elevata nei comuni sotto i 15mila abitanti, in cui vive circa la metà della popolazione di tutto il Nord. Questo non era vero nel 2008, perché allora in questa fascia di comuni il Pdl sopravanzava la Lega di circa 8 punti percentuali. In particolare, nei comuni sotto i 5mila abitanti, la Lega ha ottenuto nelle elezioni regionali il 29,7% dei voti, contro il 28,9% del Pdl e il 20,7% del Pd. Nei comuni tra 5 e 15mila abitanti, le percentuali sono rispettivamente il 30,8, il 28,1 e il 22,2%. Al crescere della dimensione dei comuni, le percentuali per la Lega scendono in maniera significativa, arrivando al 15,6% per i comuni sopra i 100mila abitanti, che rappresentano il 20% della popolazione delle quattro regioni. Invece il voto al Pdl è praticamente insensibile alla variazione della dimensione demografica dei comuni. In altre parole il partito di Berlusconi prende praticamente le stesse percentuali di voto sia nei piccoli comuni che nelle aree metropolitane. È il partito che in un certo senso "unisce" centro e periferia. Il profilo dei due partiti resta lo stesso anche distinguendo fra Nord-Ovest e Nord-Est. Naturalmente nel caso del Nord-Est la percentuale di voti cambia, perché sotto i 15mila abitanti la Lega ottiene circa il 35% dei voti, e sopra i 100mila abitanti si avvicina al 20%. Ciò detto occorre però aggiungere che, rispetto al 2008, la crescita della Lega è stata più forte nei comuni grandi che in quelli piccoli. In particolare, l'incremento relativo della Lega rispetto al 2008 varia da un minimo del 24% nei comuni sotto i 5mila abitanti fino a un massimo del 38% nei comuni tra 50 e 100mila abitanti, e con un valore comunque del 30% nelle città sopra i 100mila abitanti. Il successo elettorale della Lega nei comuni più piccoli fa sì che la Lega sia anche il primo partito nella maggioranza relativa di questi comuni. In particolare, su 3.344 comuni del Nord sotto i 15mila abitanti, la Lega è il primo partito in 1.411 (42,2%), mentre il Pdl è il primo partito in 1356 (40,5%). Si tratta di un dato inedito rispetto al 2008, in cui – nello stesso insieme di comuni – la Lega era il primo partito in appena 790 comuni. Questi dati consentono di fare alcune osservazioni. La Lega, rispetto agli altri partiti, è riuscita nelle elezioni del 2010 a mantenere i suoi voti. In una situazione di forte aumento dell'astensione, questo si traduce in un aumento del peso di questo partito, soprattutto nei confronti del Pdl, che invece ne ha persi. La Lega conferma di essere un partito più radicato nei piccoli centri, dove ormai è in maggioranza il primo partito. Ma la sua espansione è generalizzata, il che fa pensare che dietro la sua crescita ci sia un fattore non specificamente territoriale, ma politico più generale. Una conferma viene dal fatto che cresce di più nei comuni più grandi rispetto a quelli più piccoli. E questo è certamente un fenomeno che in prospettiva rappresenta un elemento di preoccupazione per il Pdl. Oggi è ancora il Pdl il partito trasversale, con una presenza omogenea su tutto il territorio. Ma domani? Una Lega al governo di due regioni importanti potrebbe, conquistando le città dopo aver conquistato i piccoli centri, diventare a tutti gli effetti il partito del Nord. Questa è la sfida. Roberto D'Alimonte, Il Sole 24 Ore 23 aprile 2010
   
   
   
   
News del 18/04/2010 20:30:08:
DOVE VA LA CINA DEL FUTURO? CE LO DIRA' LA DEMOGRAFIA. Si dice che l’Armata Popolare di Liberazione Cinese sia immensa non tanto per assolvere compiti esterni quanto per tenere sotto controllo la situazione interna, e l’impegno dell’esercito nel sedare i tumulti avvenuti nell’estate del 2008 in Sinkiang e nel Tibet lo confermerebbero. Sarà anche vero, ma intanto la Cina esce sempre più dai propri confini e i suoi strumenti militari si ammodernano e si gonfiano piuttosto velocemente. L’aeronautica militare è in espansione e pure la marina di Pechino è in crescita, nell’intento di fornire sicurezza lungo le linee di comunicazione percorse dalle petroliere che trasportano l’80% del fabbisogno cinese di energia. Anche le capacità missilistiche e satellitari sono in fase di miglioramento, come ha dimostrato il tentativo di accecare un satellite americano nel settembre 2006 e l’abbattimento, pochi mesi più tardi, di un satellite cinese non più in uso. L’attivismo di Pechino in Africa è noto. Il continente nero dispone di materie prime e di risorse energetiche che all’economia cinese in crescita fanno molto comodo. Di conseguenza, i Cinesi si sono trovati nella necessità di dover fornire sicurezza al loro naviglio che viaggia da e per l’Africa, e pertanto hanno deciso di impegnarsi a fondo nelle operazioni di contro pirateria. La Cina non solo partecipa all’operazione internazionale al largo del Corno d’Africa ma sta seriamente pensando a realizzare una base logistica nel Golfo di Aden per meglio supportare le proprie navi. Ma i mari caldi non sono gli unici a suscitare l’interesse di Pechino. Il Mar Glaciale Artico (sempre più Artico e sempre meno glaciale), con i passaggi a Nordest e a Nordovest in fase di progressiva apertura, rappresenta una priorità strategica per i Cinesi, che fin dal 2008 hanno chiesto e ottenuto di diventare osservatori nell’ambito del Consiglio Artico, il club dei Paesi che su quel mare si affacciano. Il 5 marzo scorso un ammiraglio cinese, Yin Zhuo, ha rincarato la dose dichiarando all’agenzia di notizie Xinhua che i cinque Paesi che possiedono acque territoriali nell’Artico (Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca e Norvegia) non hanno su quell’area più diritti di quanti ne abbia la Cina. “L’Artico appartiene a tutti i popoli del mondo, e nessun Paese può reclamarne l’esclusiva sovranità”, ha detto suscitando l’irritazione del Cremlino che la pensa nel modo opposto. Il 2 agosto 2007 Mosca aveva inviato il batiscafo “Mir-1” a depositare sul fondo dell’Artico, in corrispondenza del Polo Nord, la bandiera russa, assieme ad un messaggio di rivendicazione della sovranità di Mosca non solo su quel punto ma anche sul milione di chilometri quadrati che lo circondano. La Cina, che già dispone di un ambizioso progetto di ricerche in Antartide (dal 1984 ha realizzato 26 spedizioni ed ha aperto tre stazioni di ricerca), nutre progetti altrettanto lungimiranti nell’Artico, ricco di risorse energetiche, tant’è vero che nel 2004 ha già aperto la sua prima base (denominata Huanghe, Fiume Giallo) a Ny-Alesund, nell’arcipelago norvegese delle Svalbard. Su tutto questo attivismo cinese pesa però un’incognita che potrà frenare gli attuali progetti: la demografia. Il sovrappopolamento è visto come un fardello dalle autorità di Pechino, che hanno tentato di porvi rimedio nel modo apparentemente più logico: limitare le nascite consentendo alle famiglie di crescere un solo figlio. La cosa, però, ha avuto una serie di conseguenze a catena, tutte negative. La prima è stata la preferenza, da parte della maggioranza delle famiglie, per i figli maschi. Ciò ha comportato la triste pratica degli aborti selettivi, che sta generando, come conseguenza delle conseguenze, una popolazione con una forte maggioranza di vecchi e di maschi. Si prevede un surplus di 20 milioni di maschi nel 2030, quando la società cinese sarà caratterizzata dalla formula del 4-2-1, ovvero quattro nonni che hanno due figli e un solo nipote, e su quell’unico nipote graverà tutto l’onere previdenziale e pensionistico per i suoi due genitori e i quattro nonni. La società pertanto sarà sempre più attempata, la vecchiaia del Paese frenerà la crescita economica e il tutto si rivelerà socialmente e finanziariamente insostenibile. E come se tutto questo non bastasse, si prevede che lo sbilanciamento di genere a favore della componente maschile causerà un notevole aumento della criminalità, un fenomeno che già si manifesta con virulenza nei tessuti urbani delle megalopoli cinesi. Un fenomeno sociale diverso, ma in qualche modo collegato a quello della criminalità e della diffusa illegalità, è l’aumento sensibile dei disordini sociali e delle sempre più diffuse proteste contro le autorità, cui seguono repressioni di muscolarità eccessiva. Tanto per fare alcuni esempi, a gennaio 2008 nella provincia centrale di Hubei, nel corso di una protesta contro la costruzione di un deposito di rifiuti, la polizia ha picchiato a morte un cittadino che stava tentando di filmare la repressione. Nel maggio 2009 centinaia di studenti hanno protestato a Nankino contro la brutalità della polizia che aveva percosso un loro compagno. A giugno nella città di Guangdong i dimostranti hanno catturato diversi poliziotti e le forze dell’ordine sono poi intervenute in massa per liberarli. A luglio 2009 hanno avuto luogo gravi disordini a Shanghai. A Pechino nell’ottobre 2009 un cittadino è stato percosso a morte dalla polizia per aver usato illegalmente la sua moto come taxi. Nello stesso mese un altro venditore abusivo è stato ucciso dai poliziotti a Kunming, capitale della provincia meridionale di Yunnan, e nel novembre 2009 una donna si è data fuoco a Pechino per protesta contro la demolizione della sua casa. Il 26 e 27 marzo 2010, sempre a Kunming, sono avvenuti gravi disordini da parte di centinaia di persone che hanno incendiato autovetture governative. Molti giornali locali definiscono la situazione sociale come una bomba a orologeria. Yu Jianrong, un noto accademico, ha pronunciato un severo e preoccupato discorso (ampiamente diffuso via Internet) sulla situazione sociale, in cui prevede che se questi “incidenti di sfogo” -come lui li definisce- continueranno in modo selvaggio e imprevedibile, la situazione potrà tramutarsi in una “massiccia catastrofe sociale”. Tutto questo potrebbe comportare, fra l’altro, anche un aumento della diaspora cinese a cominciare dalle aree più prossime, come la Siberia, che costituisce un caso assai delicato. Negli ultimi vent’anni (come sottolinea anche il rapporto “Joint Operating Environment (JOE) 2010” edito dal Joint Forces Command USA il 15 marzo scorso) la popolazione cinese in Siberia è andata numericamente aumentando e si è trasformata da pendolare a stanziale, conquistando progressivamente la maggioranza in numerose città, province e distretti, grazie anche al fatto che nelle stesse zone la popolazione russa tende a diminuire drasticamente. Infatti mezzo milione di Russi, vale a dire l’8% dell’intera Siberia, se ne sono andati nell’ultimo decennio, sostituiti da un milione di Cinesi non vincolati dalla politica pechinese del singolo figlio per nucleo famigliare. Potendo sfornare una decina di figli per famiglia, i Cinesi siberiani, che oggi ammontano quasi al 12% della popolazione abitante fra gli Urali e Vladivostok, è facile capire dove potranno arrivare nel giro di una o due generazioni. E se a quel punto i Cinesi siberiani chiederanno l’autodeterminazione (principio che i Russi odiano nel caso del Kosovo ma amano nei casi di Abkhazia e Ossezia del Sud), è facile prevedere di quale colore diventerà la Siberia. E risulteranno anche chiari i motivi dell’elevato interesse che la Cina ha manifestato per l’Artico dal 2008 in poi. Sullo sfondo di tutto questo resta il dilemma di Taiwan. Alle prese con problematiche sociali interne di grave entità, insisterà Pechino nel perseguire l’obiettivo, mai dimenticato, della riunificazione di tutta la madrepatria annettendo militarmente Formosa? A parte i costi politici, bellici e finanziari di un’operazione del genere, ci sono buone probabilità che l’annessione dell’isola possa avere come conseguenza l’inarrestabile diffusione degli ideali democratici nella Cina continentale. Inoltre, come fa notare il citato rapporto “JOE 2010”, sarà molto difficile che il partito comunista cinese possa impadronirsi dei cuori e delle menti di una popolazione altamente benestante, istruita e tecnologicamente avanzata come quella taiwanese. Al contrario, sarà più probabile che lo stile di vita di Taipei si diffonda sulla terraferma. In altre parole, un eventuale tentativo di annettere con la forza Taiwan potrebbe rivelarsi il peggiore affare possibile per Pechino, in quanto realizzerebbe, sì, il mito di “una sola Cina”, ma quell’unica Cina finirebbe per chiamarsi Taiwan. Giovanni Marizza, L'Occidentale, 17 Aprile 2010.
   
   
   
   
News del 07/04/2010 19:23:35:
LA DEMOGRAFIA DI FACEBOOK: IL 70 PER CENTO DEGLI ABBONATI SONO FUORI DAGLI USA. New York, 6 apr. (Apcom) - Solo il 30 per cento degli oltre 400 milioni di abbonati di Facebook vivono negli Stati Uniti: è uno degli elementi statistici contenuti in un rapporto diffuso dal sito di social networking. Emerge anche un quadro delle abitudini degli abbonati. Uno su due lo consulta ogni giorno e 100 milioni di abbonati lo fanno usando uno smartphone e sono in genere più attivi degli abbonati che usano il computer. Ogni mese vengono caricate tre miliardi di nuove fotografie e ogni settimana vengono pubblicati oltre cinque miliardi di messaggi. L’utente medio passa 55 minuti al giorno online, ogni abbonato ha una media di 130 amici sul sito e ogni mese manda otto nuovi inviti. Un secondo rapporto, pubblicato da Mashable, entra nel dettaglio sui 116 milioni di abbonati americani, un terzo della popolazione. Quasi il sessanta per cento degli utenti di Facebook sono donne, quasi l’80 per cento hanno la pelle bianca. La fascia di età più rappresentata è quella che va dai 18 ai 25 anni. Solo il 30 per cento degli abbonati dichiara l’appartenenza politica e i `liberal’ sono i più numerosi, seguiti da conservatori e moderati. Lo Stato con la densità maggiore di abbonati è il South Dakota, oltre il 30 per cento della popolazione, fanalino di coda il New Mexico, solo un abbonato per ogni dieci abitanti. La capitale di Facebook è tuttavia Philadelphia, dove quasi tutti gli abitanti, un milione e mezzo, sono abbonati. New York, 6 apr. (Apcom) - Solo il 30 per cento degli oltre 400 milioni di abbonati di Facebook vivono negli Stati Uniti: è uno degli elementi statistici contenuti in un rapporto diffuso dal sito di social networking. Emerge anche un quadro delle abitudini degli abbonati. Uno su due lo consulta ogni giorno e 100 milioni di abbonati lo fanno usando uno smartphone e sono in genere più attivi degli abbonati che usano il computer. Ogni mese vengono caricate tre miliardi di nuove fotografie e ogni settimana vengono pubblicati oltre cinque miliardi di messaggi. L’utente medio passa 55 minuti al giorno online, ogni abbonato ha una media di 130 amici sul sito e ogni mese manda otto nuovi inviti. Un secondo rapporto, pubblicato da Mashable, entra nel dettaglio sui 116 milioni di abbonati americani, un terzo della popolazione. Quasi il sessanta per cento degli utenti di Facebook sono donne, quasi l’80 per cento hanno la pelle bianca. La fascia di età più rappresentata è quella che va dai 18 ai 25 anni. Solo il 30 per cento degli abbonati dichiara l’appartenenza politica e i `liberal’ sono i più numerosi, seguiti da conservatori e moderati. Lo Stato con la densità maggiore di abbonati è il South Dakota, oltre il 30 per cento della popolazione, fanalino di coda il New Mexico, solo un abbonato per ogni dieci abitanti. La capitale di Facebook è tuttavia Philadelphia, dove quasi tutti gli abitanti, un milione e mezzo, sono abbonati. New York, 6 apr. (Apcom) - Solo il 30 per cento degli oltre 400 milioni di abbonati di Facebook vivono negli Stati Uniti: è uno degli elementi statistici contenuti in un rapporto diffuso dal sito di social networking. Emerge anche un quadro delle abitudini degli abbonati. Uno su due lo consulta ogni giorno e 100 milioni di abbonati lo fanno usando uno smartphone e sono in genere più attivi degli abbonati che usano il computer. Ogni mese vengono caricate tre miliardi di nuove fotografie e ogni settimana vengono pubblicati oltre cinque miliardi di messaggi. L’utente medio passa 55 minuti al giorno online, ogni abbonato ha una media di 130 amici sul sito e ogni mese manda otto nuovi inviti. Un secondo rapporto, pubblicato da Mashable, entra nel dettaglio sui 116 milioni di abbonati americani, un terzo della popolazione. Quasi il sessanta per cento degli utenti di Facebook sono donne, quasi l’80 per cento hanno la pelle bianca. La fascia di età più rappresentata è quella che va dai 18 ai 25 anni. Solo il 30 per cento degli abbonati dichiara l’appartenenza politica e i `liberal’ sono i più numerosi, seguiti da conservatori e moderati. Lo Stato con la densità maggiore di abbonati è il South Dakota, oltre il 30 per cento della popolazione, fanalino di coda il New Mexico, solo un abbonato per ogni dieci abitanti. La capitale di Facebook è tuttavia Philadelphia, dove quasi tutti gli abitanti, un milione e mezzo, sono abbonati.
   
   
   
   
News del 30/03/2010 12:43:20:
PIT STOP / Si nasce poco? Se ne parla ancora meno,di Guido Gentili,iL SOLE 24 ORE, 30 MARZO,2010. A parte i demografi, che si occupano del problema per mestiere, pochi economisti e la Chiesa (per ovvie e comprensibili ragioni), della questione demografica, intesa come sviluppo o decrescita della popolazione italiana, in Italia ci si interessa assai poco. Non che ogni tanto non suoni un allarme, e non si metta l'accento sui dati che vedono l'Italia in coda alla classifica mondiale sui dati relativi alle nascite. Ma in fondo a questa immagine ci siamo abituati da diversi anni: il nostro è un paese vecchio che si avvia a diventare più vecchio, il nostro è un paese di pensionati, il nostro è un paese generazionalmente bloccato, fermo in tutti i sensi. Se questo è il quadro che fa sfondo alla questione, non deve allora meravigliare se le recentissime analisi dell'Istat (relative al 2008, ultimo anno disponibile) sull'andamento della popolazione siano passate pressoché sotto silenzio, salvo un generico sospiro di sollievo per la ripresa della fecondità. Lo stesso silenzio, non a caso, che sul problema ha fatto a sua volta da sfondo alla campagna elettorale delle regionali, a parte, come vedremo, qualche impegno assunto dai politici messi un po' sotto pressione dalla galassia delle associazioni familiari. Dice l'Istat che nel 2008 abbiamo toccato il massimo delle nascite dal 1995, l'anno nero: 577mila contro 526mila, che già rappresentavano la metà esatta del dato relativo al 1964. Nel 1995 registrammo l'indice di fecondità più basso del mondo, pari a 1,19 figli per donna. A fine 2008 siamo risaliti a quota 1,42, comunque al di sotto della quota - ritenuta fisiologica - di 2 figli per donna. Siamo in solida ripresa? No, suggeriscono i dati Istat. Perché il recupero viene da due fattori (le nascite della popolazione immigrata e le nascite "ritardate", cioè quelle avvenute per scelta di donne di almeno 35 anni nate tra la seconda metà degli 60 e i primi anni 70) destinati entrambi a entrare in fase calante, senza contare il fatto che è già venuto meno lo zoccolo duro demografico del Sud: 1,35 figli per donna contro la media di 1,42. Ci avviamo, insomma, verso una nuova stagione di contrazione demografica, il che è un ulteriore elemento di grave preoccupazione per un paese afflitto cronicamente dai problemi di crescita bassa del Pil e sbilanciato, nel suo welfare distorto, dal peso abnorme delle pensioni. La politica e i politici dovrebbero occuparsi del problema. Ma resiste il riflesso condizionato per il quale questo è un tema forte della Chiesa e dunque è meglio restarne un po' alla larga. Oppure si fanno promesse tattiche. O si firmano anche documenti impegnativi, come quello del Forum delle famiglie sottoscritto prima delle elezioni da 20 governatori regionali in pectore e da 500 candidati consiglieri, anche se l'esperienza insegna che troppe volte le questioni sono state poi lasciate ammuffire nei cassetti. La depressione demografica è un male che si può curare con diverse formule di politica economica, a partire da quella fiscale. Le soluzioni possono essere diverse, ma in nessun caso il tema si può sottovalutare. Ha ragione il banchiere Corrado Passera quando osserva che «la fuga dalla responsabilità a impegnarsi a riattivare la crescita è pervasiva, contagiosa, dilagante». Non porsi il problema demografico ne è la chiara riprova.
   
   
   
   
News del 28/03/2010 22:10:07:
Per la crescita servono donne in posizioni chiave «Se l’Europa intende seriamente uscire dalla crisi e diventare un’economia competitiva grazie a una crescita intelligente e inclusiva, dovrà sfruttare meglio il talento e le capacità delle donne» sostiene la Commissione Europea. Una Relazione appena pubblicata, e intitolata More women in senior positions – key to economic stability and growth, evidenzia infatti come le donne continuino a essere pesantemente sottorappresentate nei processi decisionali. Nel mondo delle imprese, i membri dei consigli di amministrazione delle maggiori società europee quotate in borsa sono uomini in circa l’89% dei casi. La disparità si accentua poi ai più alti gradi dirigenziali, dove solo nel 3% dei casi le donne guidano una grande impresa quotata in borsa. La Norvegia si distingue come unico Paese con una situazione prossima all’uguaglianza di genere: i consigli di amministrazione sono composti per il 42% da donne e per il 58% da uomini, frutto di una ripartizione stabilita per legge. Per quanto riguarda invece il processo decisionale politico, il Parlamento Europeo è l’assemblea caratterizzata dal maggior grado di parità uomo-donna, con il 35% di deputate e il 65% di deputati. La percentuale di donne elette nei Parlamenti nazionali in Europa è cresciuta nell’insieme dal 16% nel 1997 al 24% nel 2009, ma si tratta di una percentuale ancora molto inferiore alla cosiddetta massa critica del 30% ritenuta necessaria perché le donne possano esercitare un’influenza significativa in politica. La situazione dei governi nazionali mostra uno stabile miglioramento, con una percentuale di donne ministre nei governi dell’UE pari al 27%, mentre la nuova Commissione Europea, composta da 9 commissarie donne (33%) e 18 uomini (67%), totalizza il miglior risultato in termini di parità di genere registrando un netto aumento rispetto al 5,6% del periodo 1994/1995. È però necessario un netto miglioramento della situazione, sottolinea la Commissione Europea che pone l’uguaglianza di genere al centro della strategia Europa 2020. Vari studi mostrano infatti i notevoli benefici della diversificazione di genere, dimostrando il nesso positivo tra la percentuale di donne in posizioni chiave e le prestazioni aziendali. Uno studio condotto in Finlandia rileva ad esempio che le imprese dove le donne e gli uomini sono equamente rappresentati nel consiglio di amministrazione sono in media più proficue del 10% rispetto a quelle dirette da soli uomini, mentre una ricerca realizzata nel 2009 durante la presidenza svedese dell’UE ha evidenziato come l’eliminazione negli Stati membri della disparità occupazionale uomo-donna potrebbe produrre un incremento potenziale del PIL fra il 15% e il 45%. Così, la commissaria europea per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza, Viviane Reding, ha lanciato un appello a tutte le imprese e a tutti i governi «affinché si impegnino a fondo per far sì che la parità di genere ai posti di comando diventi una realtà concreta», aggiungendo: «Tengo inoltre ad incoraggiare le donne di talento affinché raccolgano la sfida di sedere nei consigli di amministrazione e di candidarsi alle alte cariche». Da: Apiceuropa.eu,27 marzo 2010
   
   
   
   
News del 14/03/2010 07:37:07:
I FONDI PENSIONE TORNANO A WALL STREET.
I fondi pensione pubblici in America cavalcano la speculazione. Per far fronte al calo dei contributi e all’aumento dei pensionati, i fondi pensione di Stato investono sempre di più in azioni, una scelta ad alto rischio. Al prossimo crac di Wall Street gli statali americani dovranno lavorare fino a 80 anni?
Fonte: Federico Rampini, Repubblica, 12 marzo 2010
   
   
   
   
News del 03/03/2010 23:27:58:
Arriva il primo "sciopero" degli immigrati In Italia, Francia e Grecia. "Un giorno senza di noi e l'Italia si ferma" di VLADIMIRO POLCHI. REPUBBLICA 26/2/2010. ROMA - Astensione dal lavoro, sciopero degli acquisti, cortei, sit-in, presidi permanenti. Il black out è fissato per lunedì "Primo marzo 2010 - Una giornata senza di noi": e "noi" sono i quasi 5 milioni di immigrati che vivono in Italia. La "rivoluzione in giallo" (dal colore ufficiale della giornata) è arrivata dalla Francia e rimbalzata in Italia: 50mila le adesioni su Facebook, 60 comitati locali, tante le organizzazioni coinvolte: Amnesty, Arci, Acli, Legambiente, Emergency, Amref, Cobas, Fiom. Allo "sciopero degli immigrati" aderisce anche il Partito democratico, il Prc, Sinistra, ecologia e libertà e i Socialisti. L'appuntamento è per il primo marzo, in contemporanea con Francia, Spagna e Grecia. Non si tratterà di uno sciopero in senso tecnico, in verità. "Ci sarà uno sciopero solo in alcune città come Trento, Trieste e Modena, dove le sigle sindacali hanno accolto questa richiesta che arrivava dal basso - spiega Stefania Ragusa, presidente del Comitato "Primo marzo 2010" - per il resto i grandi sindacati a livello nazionale non ci hanno supportato, eppure nessuno ha mai pensato di indire uno sciopero etnico. Sarebbe bello che in Italia si tornasse a fare scioperi per tutti i diritti, non solo per quelli contrattuali. Vogliamo dare alla gente la possibilità di riflettere sull'importanza degli immigrati per la tenuta della società italiana. Quando saltano i diritti per qualcuno, è tutta la società che diventa più debole". Il logo della giornata (otto volti umani inseriti in quadrati sovrapposti) è opera dell'artista siciliano Giuseppe Cassibba, mentre per testimonial è stata scelta Mafalda, la bambina creata dalla matita di Quino. E il giallo sarà il colore dominante dei drappi che le colf appenderanno ai balconi e alle finestre, dei palloncini, dei braccialetti e dei foulard che in tutta Italia saranno indossati dai sostenitori dell'iniziativa. Il calendario con tutti gli appuntamenti città per città è sul sito del movimento www.primomarzo2010.it). E il primo marzo è solo l'inizio. Una campagna unitaria sotto il nome di "Primavera antirazzista" che andrà dal 1° al 21 marzo è stata infatti lanciata da un coordinamento costituito da diverse organizzazioni e comitati (tra queste Acli, Arci, Blacks out, Cgil, daSud, Nessun luogo e lontano, Sei-Ugl, Sos Razzismo, Uil, Antigone e Cnca). "Non c'è solo il primo marzo. Anche lo sciopero generale della Cgil del 12 marzo - spiega Pietro Soldini, responsabile immigrazione del sindacato - avrà tra i suoi punti la difesa dei diritti dei lavoratori immigrati. Sarà insomma un grande sciopero multietnico, perché i problemi dei lavoratori stranieri sono i problemi di tutti i lavoratori. Poi si proseguirà con le iniziative antirazziste fino al 21". "E' indubbio - prosegue Soldini - che senza immigrati ci sarebbe un black out. Il primo settore ad arrestarsi sarebbe quello delle costruzioni. Soprattutto nelle grandi città, dove la manodopera straniera raggiunge punte del 50%. I cantieri si fermerebbero di colpo. Poi toccherebbe all'industria manifatturiera: tessile, metalmeccanica, alimentare. Nelle fabbriche, infatti, i migranti svolgono ruoli chiave e sono difficilmente sostituibili. Un esempio? Gli addetti ai forni a ciclo continuo delle aziende di ceramica. Dopo l'industria entrerebbe in crisi l'agricoltura: la raccolta è in mano a immigrati stagionali e irregolari. Resterebbero vuoti i mercati ortofrutticoli. Poi sarebbe la volta delle aziende zootecniche: nella macellazione degli animali gli stranieri superano il 50% della forza lavoro. E ancora: nelle grandi città dovrebbero chiudere molti ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatenerebbe il panico e un crollo della qualità della vita, per la scomparsa di badanti, colf e babysitter. Infine, ne risentirebbe la sanità: quella privata, dove lavorano quasi centomila infermieri stranieri e quella pubblica, che si avvale del loro lavoro tramite cooperative e piccole società di servizi". In queste ore è stato pubblicato il Manifesto contro il razzismo in Italia ("Non toccare il mio amico!") dell'associazione Sos Razzismo, per denunciare le leggi italiane sull'immigrazione e chiedere un risveglio della società civile contro la "deriva xenofoba" del Paese. Per sottoscrivere l'appello, simboleggiato dalla Gioconda in black di Oliviero e Lola Toscani, basta andare sul sito: http://www.nontoccareilmioamico.net. Tra i primi firmatari Roberto Saviano, Dario Fo, Beppe Grillo. Sul web circola anche un prontuario curato, tra gli altri, da Andrea Civati e Ernesto Ruffini, che smonta punto per punto tutti i luoghi comuni più negativi sugli immigrati. Rubano il lavoro? Commettono più crimini degli italiani? Si prendono tutte le case popolari? Voterebbero a sinistra? Tutto falso, come dimostrano i numeri citati su http://www.civati.it/mandiamoliacasa.pdf. Ed ecco come il quotidiano Le Monde ha commentato questo evento in Francia. Immigrés : le test de la "journée sans nous" LE MONDE, 27.02.10. Ce ne sera pas une grève mais un moment symbolique : en appelant à la mobilisation le 1er mars, le collectif "24 heures sans nous, une journée sans immigrés" entend "démontrer l'apport indispensable de l'immigration" à la France, en particulier son poids dans l'économie. Elle vise aussi à exprimer l'exaspération d'une nouvelle génération d'immigrés et d'enfants d'immigrés à l'égard des "dérapages" et des propos stigmatisants de plus en plus fréquents dans le discours politique. Cette initiative, organisée le même jour en Italie et en Grèce, s'inspire d'une expérience observée aux Etats-Unis en 2006 : visés par une loi criminalisant la travail clandestin, des centaines de milliers d'immigrés hispaniques avaient paralysé les grandes villes du pays. Les manifestations avaient abouti au retrait du texte. En France, le mouvement, qui se veut apolitique, cherche avant tout, en cessant de consommer et/ou de travailler, à "marquer la nécessité de la participation des immigrés à la vie de la cité". En réalité, leur apport n'a jamais été mesuré. A la différence d'autres pays, comme la Grande-Bretagne ou l'Espagne, la France n'a jamais cherché à connaître l'impact de l'immigration sur son économie. Les immigrés occupent pourtant une part non négligeable dans la population active. Selon les dernières données tirées du recensement par l'Insee, en 2007, 2,4 millions d'immigrés résidant en France métropolitaine déclaraient travailler ou se trouver au chômage : ils représentaient 8,6 % des actifs. Si l'on s'en tient à la seule population active occupée (hors chômeurs), leur part se maintient même à un niveau plus élevé : de 10,7 % en 1995, elle s'établissait à 11,3 % en 2007, selon l'Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE). "Cette stabilité de la présence des immigrés dans l'emploi total montre que quelle que soit la conjoncture, on ne s'en passe pas", relève Jean-Pierre Garson, chef de la division des migrations internationales de l'OCDE. Cette stabilité globale masque une situation contrastée selon les secteurs. Mais, contrairement à une idée reçue, les immigrés sont loin de travailler dans les seuls secteurs en déclin que sont l'agriculture ou l'industrie. Leur présence, bien qu'en recul, reste forte dans la construction. Elle l'est cependant plus encore et tend à croître dans les services. Comme le reste de la population en emploi, les immigrés travaillent désormais majoritairement dans le tertiaire. Dans certaines activités, comme les services domestiques et l'hôtellerie-restauration, ils représentent même plus de 20 % de la main-d'oeuvre. "FORCE DE TRAVAIL " Leur nombre est important et progresse dans des secteurs plus qualifiés, tels l'informatique (17,4 %) ou les services aux entreprises (16,5 %). Les immigrés accompagnent ainsi l'évolution de l'appareil productif de l'industrie vers les services. "Ils ne constituent pas qu'une main-d'oeuvre non substituable et confinée à deux ou trois secteurs. Ils sont une force de travail complémentaire à la main-d'oeuvre nationale", insiste M. Garson.Leur part dans la création nette d'emplois tend d'ailleurs à croître. De 13 % en moyenne entre 1997-2007, celle-ci a connu un renforcement marqué sur la seconde moitié de cette décennie, s'élevant à 40 %, selon l'OCDE. Bien que non négligeable, la contribution des immigrés à la création nette d'emplois en France reste néanmoins inférieure à ce qu'elle est notamment au Royaume-Uni, en Espagne, ou encore en Italie, pays qui ont connu sur la même période des flux migratoires à des fins d'emploi nettement plus forts. "L'apport des immigrés dépend étroitement de la structure de l'emploi et de l'intensité de l'activité du pays. Or, en France, le marché du travail n'est pas très porteur. Et surtout les réserves de main-d'oeuvre sont encore importantes, en particulier parmi les jeunes et les femmes", explique M. Garson. Si, partout, les immigrés, plus vulnérables, jouent un rôle d'amortisseur en temps de crise, ils viennent dans d'autres pays davantage renforcer la croissance qu'en France. "C'est là, dit M. Garson, une leçon à retenir dans la perspective de la reprise et du rôle déterminant que peuvent y jouer les travailleurs immigrés." Laetitia Van Eeckhout Article paru dans l'édition du 28.02.10 Immigrés : le test de la "journée sans nous" LE MONDE | 27.02.10 | 14h38 • Mis à jour le 28.02.10 | 16h30 Ce ne sera pas une grève mais un moment symbolique : en appelant à la mobilisation le 1er mars, le collectif "24 heures sans nous, une journée sans immigrés" entend "démontrer l'apport indispensable de l'immigration" à la France, en particulier son poids dans l'économie. Elle vise aussi à exprimer l'exaspération d'une nouvelle génération d'immigrés et d'enfants d'immigrés à l'égard des "dérapages" et des propos stigmatisants de plus en plus fréquents dans le discours politique. Cette initiative, organisée le même jour en Italie et en Grèce, s'inspire d'une expérience observée aux Etats-Unis en 2006 : visés par une loi criminalisant la travail clandestin, des centaines de milliers d'immigrés hispaniques avaient paralysé les grandes villes du pays. Les manifestations avaient abouti au retrait du texte. En France, le mouvement, qui se veut apolitique, cherche avant tout, en cessant de consommer et/ou de travailler, à "marquer la nécessité de la participation des immigrés à la vie de la cité". En réalité, leur apport n'a jamais été mesuré. A la différence d'autres pays, comme la Grande-Bretagne ou l'Espagne, la France n'a jamais cherché à connaître l'impact de l'immigration sur son économie. Les immigrés occupent pourtant une part non négligeable dans la population active. Selon les dernières données tirées du recensement par l'Insee, en 2007, 2,4 millions d'immigrés résidant en France métropolitaine déclaraient travailler ou se trouver au chômage : ils représentaient 8,6 % des actifs. Si l'on s'en tient à la seule population active occupée (hors chômeurs), leur part se maintient même à un niveau plus élevé : de 10,7 % en 1995, elle s'établissait à 11,3 % en 2007, selon l'Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE). "Cette stabilité de la présence des immigrés dans l'emploi total montre que quelle que soit la conjoncture, on ne s'en passe pas", relève Jean-Pierre Garson, chef de la division des migrations internationales de l'OCDE. Cette stabilité globale masque une situation contrastée selon les secteurs. Mais, contrairement à une idée reçue, les immigrés sont loin de travailler dans les seuls secteurs en déclin que sont l'agriculture ou l'industrie. Leur présence, bien qu'en recul, reste forte dans la construction. Elle l'est cependant plus encore et tend à croître dans les services. Comme le reste de la population en emploi, les immigrés travaillent désormais majoritairement dans le tertiaire. Dans certaines activités, comme les services domestiques et l'hôtellerie-restauration, ils représentent même plus de 20 % de la main-d'oeuvre. "FORCE DE TRAVAIL " Leur nombre est important et progresse dans des secteurs plus qualifiés, tels l'informatique (17,4 %) ou les services aux entreprises (16,5 %). Les immigrés accompagnent ainsi l'évolution de l'appareil productif de l'industrie vers les services. "Ils ne constituent pas qu'une main-d'oeuvre non substituable et confinée à deux ou trois secteurs. Ils sont une force de travail complémentaire à la main-d'oeuvre nationale", insiste M. Garson.Leur part dans la création nette d'emplois tend d'ailleurs à croître. De 13 % en moyenne entre 1997-2007, celle-ci a connu un renforcement marqué sur la seconde moitié de cette décennie, s'élevant à 40 %, selon l'OCDE. Bien que non négligeable, la contribution des immigrés à la création nette d'emplois en France reste néanmoins inférieure à ce qu'elle est notamment au Royaume-Uni, en Espagne, ou encore en Italie, pays qui ont connu sur la même période des flux migratoires à des fins d'emploi nettement plus forts. "L'apport des immigrés dépend étroitement de la structure de l'emploi et de l'intensité de l'activité du pays. Or, en France, le marché du travail n'est pas très porteur. Et surtout les réserves de main-d'oeuvre sont encore importantes, en particulier parmi les jeunes et les femmes", explique M. Garson. Si, partout, les immigrés, plus vulnérables, jouent un rôle d'amortisseur en temps de crise, ils viennent dans d'autres pays davantage renforcer la croissance qu'en France. "C'est là, dit M. Garson, une leçon à retenir dans la perspective de la reprise et du rôle déterminant que peuvent y jouer les travailleurs immigrés." Laetitia Van Eeckhout Article paru dans l'édition du 28.02.10
   
   
   
   
News del 28/02/2010 19:56:21:
ADDIO ALLA CHIESA CENTRALISTA. L’Occidente invecchia, la sua storia sembra giunta al termine e, vista da Roma, anche la Chiesa non brilla per eccesso di novità e di giovinezza. Nel 2000, una delle tante ricerche che, a livello mondiale, il cattolicesimo aveva realizzato all’interno della sua straordinaria pluralità storica e culturale, rivelava che i 13.000 (25.000 negli anni Settanta) missionari italiani sparsi nel mondo avevano un età media di 71,8 anni. Da allora, trascorsi undici anni, gli anziani che rientrano dai Paesi di missione non vengono rimpiazzati per cui è facile prevedere che, nel giro di un quinquennio, il «mondo missionario» diventerà uno dei tanti piccoli mondi antichi della nostra tradizione religiosa e civile. Le proiezioni poi, sulla «demografia clericale» per l’Europa che verrà, desunte dall’edizione 2010 dell’Annuario statistico della Chiesa pubblicato nei giorni scorsi, segnala un decremento del 40% del numero di preti che oggi, a livello continentale, hanno un’età media di 65 anni. La notizia, non è brutta ed è in sintonia con quanto preavvertito dai Padri del Concilio Ecumenico vaticano II: sarà la storia a declericalizzare la Chiesa. A questo proposito nelle realtà missionarie del cattolicesimo contemporaneo la riflessione è stata vivace, tanto da far serpeggiare l’idea, che sia giunta l’ora di sciogliersi, lasciando la responsabilità dell’impegno missionario alla Chiese locali. In fondo, anche questo è un frutto dello Spirito e dell’ambivalenza della globalizzazione: non è più «il governo» del cattolicesimo a programmare la Missione ma, al contrario, è il mondo a definire l’agenda della missione della Chiesa. Non ci vuole fantasia per prevedere che «il mondo», in un futuro assai prossimo, accetterà sempre meno una Chiesa centralistica e vorrà sempre più una cooperazione tra Chiese sorelle. Basta girare per il Nord Europa per sapere come vivranno e si rappresenteranno, all’interno delle Chiese locali, le tante parrocchie che nonostante l’assenza prolungata di sacerdoti stabili, continuano a riconoscere e a celebrare il Signore che viene nella storia. Giovanni Paolo II amava ripetere che «la Chiesa trova se stessa fuori da se stessa». Chissà se qualcuno ha immaginato cosa avrebbe pensato, e come si sarebbe comportato, Papa Wojtyla di fronte all’acrimonia con cui, da agosto in poi, la settocrazia curiale dominante (a Roma e in Italia) ha tentato di far credere ai cattolici, come insegna Il Gattopardo, che tutto cambiasse affinché tutto restasse inalterato. Anche la cronaca ha dimostrato come il cattolicesimo, sia materia troppo importante per essere lasciata in mano ai baciapile e a coloro che hanno irriso e deriso le lunghe ponderazioni pontificie e l’esemplare rispetto formale con cui Benedetto XVI ha affrontato le beghe dei clericali italiani. All’ombra delle querce, si dice, non cresce mai l’erba, e la sera del 25 marzo 2005, pochi giorni prima del luminoso epilogo della vicenda umana e spirituale di Karol Wojtyla in molti pensarono che le parole di Joseph Ratzinger, rimbalzate dal Colosseo a tutto l’orbe cattolico grazie ai media, facessero parte di quel «manifesto elettorale» che i porporati delle diocesi speravano di ascoltare da un nuovo pontefice: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa?». Per mesi, tanti si sono augurati che la ricaduta a livello ecclesiologico, dell’elezione ratzingeriana avrebbe causato un positivo sparigliamento delle carte e dei sistemi di cooptazione e di scelta dei futuri vescovi. Avrebbe cioè rimesso in discussione la bulimia di potere del wojtylismo di destra e di sinistra. Per restituire così alla congregazione dei vescovi, l’organo vaticano preposto alla scelta dei presuli, la possibilità di riprendere in mano anche quei meccanismi di nomina che, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, erano stati impropriamente usucapiti, e monopolizzati, dai più intraprendenti. Con questo «colpo di scopa», si sperava, Papa Benedetto XVI avrebbe aperto per tutta la Chiesa una stagione di rinnovamento e di nuove presenze. Eppure, mentre il compimento del primo lustro del suo pontificato si avvicina, aleggia il sospetto che a Benedetto XVI, un papa che i cinici di curia hanno dato per «scaduto» causa l’età sin dal giorno della sua elezione, vengono negate collaborazione e lealtà anche da organi importanti del sistema pontificio. Tanto da far gravare persino sul meccanismo dell’elezione dei vescovi il fondato sospetto del più squallido degli attentati contro la Chiesa, quello di simonia. Da Roma, dove il vecchio tarda sempre a morire e al nuovo viene sempre impedito di nascere, si proietta nel mondo della comunicazione l’immagine di ottuagenari che, a differenza dei missionari, non hanno mai messo in discussione la loro presenza e la loro azione. Come sempre, Cristo precede tutti altrove e lo Spirito soffia e va dove vuole. Fonte : L’Unità 24 febbraio 2010
   
   
   
   
News del 27/02/2010 06:23:56:
THE MILLIONS OF AMERICANS SUFFERING IN A HEALTH CARE SYSTEM that costs too much, and denies too many care, cannot afford another year-long debate. President Obama made that clear at yesterday's bipartisan meeting on reform: While he is listening to good ideas from both sides of the aisle and hopes to move forward in a bipartisan fashion, the American people cannot afford an incremental approach. Yesterday, the President extended a hand to the Republicans and showed he's open to any idea that will help cover the uninsured, cut costs, and give Americans control over their own health care. But he made clear that the millions of Americans who cannot afford insurance can't wait on political games in Washington. After this meeting, all ideas are on the table. Now, Congress must move swiftly to complete and pass a final bill. It was a conversation focused on substance, not process, and it showed. Both sides found areas of agreement. But there was a fundamental divide on establishing common sense rules to protect families from the worst insurance company practices, and making sure that every American -- rich or poor, old or young -- has access to care. The President does not believe we can address a problem this big incrementally -- or after another year of rising costs and loss of coverage. Check out the highlights now. Watch highlights from the bipartisan meeting here. http://my.barackobama.com/HighlightsMeeting http://my.barackobama.com/OnTheAirHighlights. Source: Mitch Stewart, Director, Organizing for America, 25/02/2010
   
   
   
   
News del 26/02/2010 07:38:52:
LA FRANCE COMPTE PLUS DE HUIT MILLIONS DE PERSONNES PAUVRES. La France compte plus de huit millions de personnes pauvres. Même si ce niveau est stable depuis dix ans, la situation des plus vulnérables s'est "dégradée" et risque de s'aggraver avec la crise, selon le sixième rapport de l'Observatoire national de la pauvreté et de l'exclusion sociale (ONPES). Le taux de personnes vivant en dessous du seuil de pauvreté (c'est-à-dire moins de 60 % du revenu médian, soit 908 euros par mois) n'a guère évolué, passant de 13,6 % à 13,4 % de la population entre 1998 et 2007, ce qui représente plus de huit millions de personnes en 2007 (plus d'une personne sur huit), selon ce rapport, présenté jeudi. DÉGRADATION En revanche, la proportion de la population subsistant avec 40 % du revenu médian (soit 602 euros) a augmenté de 2,1 % en 2002 à 3,1 % en 2007. Ils étaient 1,8 million dans ce cas il y a trois ans. "Parmi les personnes pauvres, la situation des plus démunies s'est donc sensiblement dégradée", s'alarme l'ONPES dans le compte rendu de son rapport. De plus, "la dégradation du marché du travail, en touchant les personnes qui étaient déjà les plus vulnérables, engendre un risque d'irréversibilité du chômage et de la pauvreté", s'est inquiétée Agnès de Fleurieu, présidente de l'ONPES. Celle-ci présentait le rapport aux côtés du secrétaire d'Etat chargé du logement, Benoist Apparu, et du haut commissaire aux solidarités actives, Martin Hirsch. Phénomène déjà souligné dans le précédent rapport il y a deux ans, la pauvreté touche également les personnes employées. Les travailleurs pauvres étaient 1,9 million en 2007, soit 6,7 % des salariés. En 2005, ils étaient déjà 1,7 millions (7 % des travailleurs). Fonte : LeMonde, 25/02/2010
   
   
   
   
News del 20/02/2010 15:06:54:
L'ENVOLEE DES COURS DES PRODUITS AGRICOLES ENTRE 2006 ET 2008, PUIS LA CRISE économique mondiale ont fait basculer des dizaines de millions de personnes dans la sous-alimentation. Actuellement, selon l'Organisation des Nations unies pour l'alimentation et l'agriculture (FAO), quelque 1,02 milliard d'individus (contre 870 millions de personnes en 2005) n'ont pas un apport alimentaire suffisant pour combler leurs dépenses énergétiques journalières. Un chiffre jamais atteint jusqu'alors. Selon l'agence onusienne, la région la plus touchée est l'Asie-Pacifique, avec 642 millions de sous-alimentés, devant l'Afrique subsaharienne (265 millions de personnes). D'ici à 2050, selon la plupart des projections, la planète devra nourrir 9 milliards de personnes, soit 34 % de bouches de plus qu'aujourd'hui. Pour relever ce défi, la FAO a calculé qu'il faudra augmenter de 70 % les productions agricoles de la planète, et cela sans tenir compte de l'essor des biocarburants, qui vont eux aussi mobiliser des terres. Pour y parvenir, deux solutions sont préconisées : une amélioration des rendements agricoles ou un accroissement des surfaces cultivées. Source: Le Monde,19/02/2010
   
   
   
   
News del 19/02/2010 23:13:30:
LA POPOLAZIONE ITALIANA CONTINUA A CRESCERE GRAZIE ALL’IMMIGRAZIONE. Nel corso del 2009 la popolazione ha continuato a crescere raggiungendo i 60 milioni 387 mila residenti al 1° gennaio 2010, con un tasso di incremento del 5,7 per mille. La popolazione in età attiva mostra un incremento, perlopiù frutto delle migrazioni dall’estero, di circa 176 mila unità, giungendo a rappresentare il 65,8% del totale. I giovani fino a 14 anni di età aumentano di circa 53 mila unità e rappresentano il 14% del totale. Le persone di 65 anni e più risultano in aumento di 113 mila unità e sono giunte a rappresentare il 20,2% della popolazione. I cittadini stranieri sono in costante aumento e costituiscono il 7,1% del totale. La dinamica migratoria è ancora una volta determinante ai fini della crescita demografica. Il saldo migratorio netto con l’estero è pari al 6,4 per mille, mentre il saldo naturale è negativo e pari a -0,3 per mille, a causa di un aumento dei decessi in presenza di una diminuzione delle nascite rispetto al 2008. Fonte ISTAT, Indicatori demografici anno 2009,18 febbraio 2009
   
   
   
   
News del 15/02/2010 22:53:59:
DRAGHI AL FOREX:"Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei''.
Lo ha messo in evidenza il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, nella relazione al Forex mettendo in evidenza come ''una crescita economica sostenuta sia base di benessere'' e come per questa ''ne siano condizione le riforme strutturali, la cui mancanza ha segnato la perdita di competitivita' del Paese che dura da un quindicennio''.
''Alla fine dello scorso anno vi erano in Italia oltre 600 mila occupati in meno rispetto al massimo del luglio 2008. La quota di popolazione potenzialmente attiva che e' al momento forzatamente inoperosa e' elevata e crescente. Finche' la flessione dell'occupazione non s'inverte permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul Pil'', ha sottolineato il governatore che ha poi parlato di "euro saldo" ribadendo: "occorre che nell'Unione europea di formi la volontà comune di estendere alle strutture economiche e alle riforme di cui necessitano, la stessa attenta verifica, lo stesso energico impulso che sono stati esercitati negli ultimi anni sui bilanci pubblici". "Dieci anni fa - afferma Draghi - all'avvio della moneta unica si levarono voci a richiedere anche un governo economico dell'Unione; furono sovrastate dai cori entusiasti che celebravano la meta raggiunta insieme all'impegno a resistere a ogni ulteriore integrazione".
Il governatore di Bankitalia ha poi sollecitato le banche ad uno "scrutinio attento delle operazioni di rimpatrio" dei capitali in regime di 'scudo fiscale' al fine di "individuare e segnalare operazioni sospettabili di riciclaggio". Finora - ha aggiunto il governatore - ''sono giunte poco piu' di 50 segnalazioni di possibili reati connessi con operazioni di emersione di disponibilita' all'estero. E' un numero esiguo, spiegato solo in parte dal fatto che la legge esclude l'obbligo di segnalazione per diverse fattispecie di reato''.
Le prossime assemblee dei soci delle banche dovranno fornire ''informazioni esaurienti e dati puntuali'' sull'adeguamento delle regole su bonus e stipendi ai nuovi standard internazionali, chiede ancora Draghi che ha sollecitato ai sei maggiori gruppi di verificare la coerenza dei loro sistemi di incentivazione e remunerazione anche con le linee guida dell'Fsb di cui lo stesso Draghi e' presidente.
Fonte: ANSA.IT, 12 FEBBRAIO 2010
   
   
   
   
News del 07/02/2010 22:37:51:
IL PAESE INVECCHIA E SI RINNOVA IL PANIERE DEI PREZZI DELL’ISTAT.
L’Istat per il 2010 ha aggiornato il paniere dei prodotti per i quali vengono rilevati mensilmente i prezzi per il calcolo dell’inflazione, che a gennaio è stata dell’1,3%, contro l’1% di dicembre.
Fuori i fiammiferi, la riparazione degli orologi, le lampadine a incandescenza e dentro il costo della badante, i voli low cost nazionali , gli smartphone, il caffè d’orzo, quello decaffeinato e le spese mediche private. Il paniere registra una crescita del numero dei prodotti che quest’anno arrivano a 1206.
Un altro aspetto è l’aumento del peso dei servizi cui le famiglie fanno sempre più ricorso. Tra i prodotti e le prestazioni che richiamano maggiormente l’attenzione c’è l’ingresso delle badanti, dovuto al progressivo invecchiamento della popolazione, fenomeno che ha portato le famiglie a ricorrere sempre di più a questo tipo di assistenza.
   
   
   
   
News del 05/02/2010 08:39:32:
GLI STRANIERI NELL'UE SUPERANO IL 6 %.
Sono circa 31 milioni i cittadini di nazionalità straniera che risiedono regolarmente nei 27 Paesi dell’UE e costituiscono oltre il 6% dell’intera popolazione; di questi, 19,5 milioni provengono da Paesi terzi e 11,3 milioni sono cittadini di un altro Stato membro dell’UE.
È quanto rileva Eurostat in un recente Rapporto basato su dati relativi ai 27 Paesi dell’UE più Norvegia e Svizzera ma aggiornati al gennaio 2008, quindi è probabile che il numero complessivo reale a inizio 2010 sia più elevato anche considerando il numero rilevante di cittadini in condizioni di irregolarità rispetto alle norme di ingresso e soggiorno, soprattutto in alcuni Stati membri.
Secondo i dati e le stime rese note dall’Ufficio statistico dell’UE, comunque, tra i 19,5 milioni di stranieri residenti nel 2008 e provenienti da Paesi terzi circa 6 milioni sono cittadini di un altro Paese europeo non UE, 4,7 milioni sono giunti dall’Africa, 3,7 milioni dall’Asia e 3,2 milioni dal continente americano.
La distribuzione non è però omogenea tra gli Stati dell’UE, infatti oltre il 75% di tutti gli stranieri residenti nell’UE nel 2008 vivevano in soli 5 Paesi: Germania (7,3 milioni), Spagna (5,3 milioni), Regno Unito (4 milioni), Francia (3,7 milioni) e Italia (3,4 milioni). Rispetto all’incidenza dei cittadini stranieri sulla popolazione di un Paese, invece, al primo posto si trova il Lussemburgo (43%), seguito da Lettonia (18%), Estonia (17%), Cipro (16%), Irlanda (13%), Spagna (12%) e Austria (10%); molto bassa invece l’incidenza di stranieri in Romania, Polonia, Bulgaria e Slovacchia, con percentuali inferiori all’1%.
Sul totale dei cittadini stranieri residenti nei Paesi dell’UE nel 2008, circa il 37% era cittadino comunitario proveniente cioè da un altro Stato membro. Il gruppo nazionale più numeroso di cittadini comunitari residenti in altri Paesi dell’UE era costituito dai rumeni (1,7 milioni, cioè il 15% del totale dei migranti comunitari nell’UE), seguiti dagli italiani (1,3 milioni, 11%) e polacchi (1,2 milioni, circa l’11%). Tra gli stranieri non comunitari residenti nell’UE, invece, il primo gruppo nazionale era costituito dai turchi (2,4 milioni, cioè il 12% del totale dei migranti extracomunitari nell’UE), seguiti dai marocchini (1,7 milioni, 9%) e dagli albanesi (un milione, 5%).
Le origini dei cittadini stranieri residenti nell’UE variano molto tra gli Stati membri, e in 6 Paesi dell’UE il principale gruppo nazionale di stranieri immigrati costituisce oltre il 30% della popolazione straniera totale. Gli Stati membri dell’UE con la più alta percentuale di stranieri provenienti da un unico Paese sono la Grecia (64% di stranieri provenienti dall’Albania), la Slovenia (47% dalla Bosnia Herzegovina), l’Ungheria (37% dalla Romania) e il Lussemburgo (37% dal Portogallo).
Fonte: Apiceuropa.eu, 4/2/2010.
   
   
   
   
News del 29/01/2010 21:05:03:
IN TUTTO IL MONDO OCCIDENTALE L’ETA’ APPARENTE HA SOPPIANTATO L’ETA’ ANAGRAFICA.
Il fenomeno riguarda sia le donne che gli uomini, e sta portando a una vera e propria riscrittura dei tempi della società . Si conquistano in media tre mesi di vita l’anno. I settantenni di oggi vivono come i cinquantenni di ieri e questi ultimi si sentono e agiscono come se avessero dieci anni di meno. Un esempio sono le cosiddette “Quintastics”, ovvero le “Fantastiche cinquantenni” (Sharon Stone, Madonna, Meryl Streep ecc.).
I motivi di questo fenomeno. Vita più facile, lavori usuranti ridotti al minimo, alimentazione più corretta, attività fisica, farmaci sempre più mirati.
Il risvolto di questa medaglia è però una vecchiaia che riallunga e l’ultimo pezzo, quando ci si avvicina ai novanta, è davvero duro per tutti. Si forma famiglia più tardi. Si fanno figli in un’età più avanzata, ma poi la loro presenza si è costretti a restare giovani . La diffusione del Viagra per i maschi e degli ormoni per le donne hanno davvero cambiato le frontiere dell’amore.
L’allungamento della vita ha certo sovvertito le stagioni della vita. Ma se l’età apparente vince sull’età anagrafica è perché solo la testa e il cuore restano giovani.
Tratto da un articolo Maria Novella De Luca, apparso su La Repubblica di oggi 29 gennaio 2010
   
   
   
   
News del 23/01/2010 19:36:27:
CHI HA UN VISO GIOVANILE E DIMOSTRA MENO ANNI VIVE PIU' A LUNGO DEI PROPRI COETANEI CHE NON HANNO QUESTA FORTUNA.
Questo è il risultato di uno studio inglese durato sette anni, osservando 1826 gemelli dai 70 ai 90 anni.
Ci sarebbe alla base di tutto ciò una spiegazione scientifica.
Un pezzo di DNA sarebbe responsabile dell'aspetto giovanile del volto, più è corto più ci si deve aspettare un invecchiamento precoce.
Fonte: La Repubblica 19/01/2010
   
   
   
   
News del 15/01/2010 23:49:08:
PERCHE ROSARNO, PERCHE' I VARI GOVERNI NON HANNO SEGUITO nessuna politica di integrazione, né si sono mai adoperati al varo di norme per attenuare i disagi delle fasce più emarginate degli immigrati regolari, come per esempio predisporre un piano casa, né per realizzare una accoglienza decente degli irregolari, né per offrire alloggi temporanei ai lavoratori immigrati impiegati nei lavori stagionali in agricoltura. La crisi economica ha poi ancora di più acuito i problemi: molti immigrati espulsi dalle fabbriche del Nord vagano per l'Italia per trovare impiego stagionale in agricoltura, in Calabria in inverno per la raccolta delle arance, in primavera in Puglia per la raccolta delle olive, in estate in Campania per quella dei pomodori, determinando in certe aree di queste regioni insediamenti dormitori, veri e propri ghetti, come quelli che abbiamo potuto vedere in questi giorni dai servizi televisivi. Migliaia di persone sfruttate a 20 euro al giorno, alla mercè dei caporali con lo Stato assente, le Regioni e le amministrazioni locali indifferenti. A Rosarno, in una realtà già di per sé difficile per degrado e povertà, la presenza in questa piccola comunità di una forte concentrazione di immigrati, non tutti in verità irregolari e clandestini, ha nel corso di questi anni alimentato tensioni xenofobe, che sono sfuggite di mano alla stessa 'ndrangheta che su di essi si arricchisce, con reazioni a catena che hanno portato al disastro di cui siamo stati testimoni. Quello che è accaduto a Rosarno si verificherà con certezza in altri posti e forse con conseguenze ancora più devastanti se non si affronterà in modo tempestivo e serio il problema dell'accoglienza dell'immigrazione e di quella irregolare in particolare, per quest'ultima rifuggendo dall'idea che possa essere risolta accentuando le espulsioni di massa.
Fonte: da un articolo di G. De Bartolo, apparso sul Quotidiano della Calabria del 13 gennaio 2010 .
   
   
   
   
News del 09/01/2010 21:45:04:
FAMIGLIE: STANGATA di 660 EURO NEL 2010.
Lo affermano Adusbef e Federconsumatori (ANSA) - ROMA, 9 GEN 2010.
Una stangata da 660 euro a famiglia: e' la stima delle maggiori spese che si registreranno nel 2010, per i rincari vari, dicono i consumatori.
Un aggravio sul bilancio, sostengono Adusbef e Federconsumatori, determinato dai rincari delle assicurazioni auto (130 euro), dei prezzi dei carburanti (96 euro), dei trasporti ferroviari e delle tariffe aeroportuali (65 euro) e dei pedaggi autostradali (60). 'Senza contare - aggiungono - i costi indiretti che questi aumenti provocheranno sul'inflazione'.
   
   
   
   
News del 05/01/2010 23:04:58:
AUMENTANO I CENTENARI!
I CENTENARI, IN LARGA MAGGIORANZA FEMMINE, RADDOPPIANO OGNI DIECI ANNI.
Su scala europea e per gli anni più recenti il numero dei centenari sta raddoppiando ogni dieci anni. Questa è la sintesi di uno studio condotto da Jean-Marie Robine e Yasuhito Saito pubblicato nel settembre 2009 sui Quaderni Europei sul Nuovo Welfare.
Nel periodo 1976-2006 il numero dei centenari è raddoppiato quasi esattamente ogni dieci anni in 28 nazioni europee tra cui l’Italia, paese in cui nel 2006 il numero dei centenari è stato pari a 9150, in grande maggioranza femmine (7765 femmine e 1385 maschi) con un aumento del 2,4 nell’ultima decade.
La ricerca mostra che l’aumento dei centenari è stato più accentuato nel Sud d’Europa. Ancora non sono chiare le cause di ciò: il clima, la cultura, la dieta territoriale, le caratteristiche locali di assistenza quotidiana alle persone anziane potrebbero essere alcune delle possibili variabili esplicative sulle quali effettuare ulteriori approfondimenti.
   
   
   
   
News del 02/01/2010 20:36:32:
BAMBOCCIONI?
Sette figli su dieci a casa fino a quarant'anni: bamboccioni o altro? L'Istat ha condotto l'indagine a due riprese, prima nel 2003 e poi, per controllo, nel 2007, su 10 mila figlio tra i 18 e 39 anni. Il 72, 8 per cento è rimasto a casa...
Secondo un rapporto Istat sette ragazzi su dieci non escono di casa fino a quarant'anni. Fenomeno più evidente per i maschi e al Sud. Bamboccioni o altro?
Aveva fatto scalpore, a suo tempo quella dichiarazione del ministro dell'Economia del governo Prodi Tommaso Padoa-Schioppa, il quale aveva definito i ragazzi italiani come "bamboccioni" che non vogliono "uscire di casa". Eppure secondi i dati dell'Istat il 72, 8 per cento dei ragazzi è rimasto coi genitori.
Aveva ragione l'ex ministro o c'è dell'altro?
Il Corriere della Sera di martedì 29 dicembre 2009 dedica un'intera pagina alla questione, in un articolo di Giovanna Cavalli. L'Istat ha condotto l'indagine a due riprese, prima nel 2003 e poi, per controllo, nel 2007, su 10 mila figlio tra i 18 e 39 anni. Il 72, 8 per cento è rimasto a casa e solo il 20, è andato a vivere da solo. Tra i cento che al primo scrutinio hanno manifestato la volontà di andarsene, solo la metà (53,4%) si è effettivamente staccato dalla famiglia. Tra gli incerti nemmeno uno su quattro ha fatto il grande passo. I più restii a lasciare la casa paterna sono i maschi, ed è più diffuso al Mezzogiorno. Secondo gli esperti di statistica "la permanenza dei giovani in famiglia è uno dei principali problemi del Paese". Allora gli italiani sono davvero bamboccioni?
A favore di questa tesi si schiera Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia all'Università di Padova. Secondo il professore vi sono resistenze culturali molto forti.
In effetti in Italia la famiglia ha rivestito storicamente un ruolo fondamentale. Storicamente la storia italiana è costellata di grandi famiglie che hanno segnato profondamente la storia d'Italia, che spesso è stata fatta di vere e proprie lotte tra famiglie più che tra individualità (i Medici contro i Pazzi a Firenze, gli Sforza contro i Visconti a Milano, i Doria, i Fieschi e i Fregoso a Genova e poi i Della Rovere, i Colonna, i Farnese a Roma) fino ad arrivare alla famiglia di stampo mafioso, che è lo stereotipo reso nosto dal romannzo di Mario Puzo The Godfather e dal film che Coppola ne trasse. Le origini italiane di Napoleone risultano evidentissime dal suo rapporto coi fratelli (cui diede i regni da lui conquistati) e con sua madre Letizia, che ebbe il titolo di Madame Mère. Spiega Dalla Zuanna che negli Stati Uniti i ragazzi escono di casa attorno ai vent'anni, e tornano in famiglia solo per festeggiare il giorno del Ringraziamento. Però c'è anche un lato positivo della medaglia: gli anziani italiani in casa di riposo sono un terzo rispetto ai loro coetaei inglesi e olandesi. Il drammatico fenomeno dell'abbandono degli anziani, che si sta cominciando a sentire nelle "capitali morali" italiane come Milano, è ancora abbastanza circoscritto. Un terzo dei bambini viene accudito dai nonni: la funzione di "nonno" è ancora molto importante.
Però, oltre al retroterra culturale, sicuramente importante. Vi sono anche altre ragioni. La comodità. Giovanna Cavalli intervista alcuni uomini che tirano fuori il loro motivo principale: comodità . Luca Pagano, 31 anni, campione di Texas hold' em, lo ammette candidamente: "Ovvio che mi fa comodo rientrare a Treviso da mamma: lava e stira".
Flavio Insinna, 44 anni, invece dice chiaramente che da mamma e papà sta bene: "Non sto parcheggiato controvoglia, è che io con mamma e papà ci sto proprio bene". E poi "Mi stupisco che vi sembri strano, non è che mi sono accampato nell'ingresso di due estranei. Sicuramente la mia passione per il lavoro ha stritolato certi amori".
La dichiarazione di Insinna è indice di un'altra motivazione che sta alla base del fenomeno "bamboccioni": l'immaturità affettiva.
Il matrimonio è la motivazione più comune (43,7%) di cambio di residenza. Sembra che molti ragazzi italiani si rifiutino di crescere: non c'è solo la paura di lasciare casa, c'è anche quella di impegnarsi con un'altra persona. Il matrimonio (oggi il discorso può essere allargato alla convivenza) è, per eccellenza, il rito di passaggio all'età adulta. E molti sembrano averne paura.
Sicuramente anche il problema lavoro non è da trascurare. Certo, ci sono ragazzi parcheggiati a casa che prima si sono fatti mantenere l'appartamento durante il periodo universitario. Si può uscire di casa anche con l'aiuto dei genitori: e proprio l'importanza culturale della famiglia nel nostro Paese può essere d'aiuto: i giovani italiani non sarebbero abbandonati come i loro coetanei nordici.
Inoltre, sempre Dalla Zuanna rimarca come una "ricerca di Aassve e colleghi mostra che i ragazzi scandinavi, nei primi anni vissuti 'fuori dal nido', subiscono una drammatica caduta di reddito e di tenore di vita. Ma escono lo stesso a 20 anni. In Australia lo Stato è molto generoso con tutti i giovani che vogliono uscire di casa, con apparatamenti a fitto agevolato e borse di studio. Ma i figli degli immigrati italiani e greci che vivono in Australia escono di casa 3-4 anni dopo rispetto ai compagni di scuola di origine tedesca, olandese o inglese".
Il problema lavoro spesso è un alibi per bamboccioni che vogliono restare a casa e che non vogliono maturare anche affettivamente (anche se oramai all'affetto si dà poca importanza in questa società dove tutti sono "carrieristi" al limite della vana gloria). Ma anche il sistema Italia ha le sue colpe: è evidentemente un sistema gerontocratico.
Il precariato è una piaga oramai talmente endemica da portare persino l'attuale ministro per l'Economia Giulio Tremonti a tessere l'elogio del posto fisso. La generazione "mille euro" non è certo tra le più agevolate ad uscire di casa, tenendo conto che lo stato sociale italiano non è dei migliori (e quel poco che c'è risale a Mussolini) tanto da spingere anche il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi a invocare nuovi ammortizzatori. Se Dalla Zuanna sostiene che in Australia gli italiani escono mediamente di casa 3-4 anni dopo tedeschi, inglesi e olandesi, lascia notare come comunque escano. Da noi non escono, anche per problemi sociali.
L'attaccamento italiano alla famiglia non è del tutto negativo. Come ho già scritto evita l'abbandono degli anziani. Ma una volta i ragazzi uscivano di casa restando comunque legati alla famiglia d'origine. Bisognerebbe non cadere nei due estremi: il modello iperindividualista anglosassone e la degenerazione del modello familiare italiano. I ragazzi italiani hanno bisogno di maturare, soprattutto dal punto di vista affettiva prima ancora che da quello pratico del "mi preaparo da mangiare e non porto la biancheria da mammà". Sicuramente culturalmente l'Italia non è pronta per un modello come quello anglosassone: le nostre radici, checché se ne dica, le sentiamo molto forti. Ma le condizioni per un giovane italiano che voglia uscire di casa sono comunque pessime. Un Paese come l'Australia aiuta molto di più i suoi figli. Ma anche la Francia è sicuramente un Paese meno gerontocratico dell'Italia.
Affrontare questo problema significa affrontare uno dei nodi cruciali del nostro futuro.
Fonte: http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=125809
Autore: Andrea Sartori
   
   
   
   
News del 29/12/2009 22:13:36:
AUGURI AUGURI AUGURI!
CHE IL 2010 SIA MIGLIORE. NE ABBIAMO BISOGNO.
LA CRISI NEI NUMERI: CRESCONO LE DIFFICOLTA’ ECONOMICHE DELLE FAMIGLIE ITALIANE E DI QUELLE MERIDIONALI IN PARTICOLARE.
Questo in sintesi quanto emerge dall’indagine campionaria annuale “Reddito e condizioni di vita” effettuata dall’Istat nell’ultimo trimestre del 2008 su un campione di circa 21 mila famiglie, rappresentativo della popolazione residente in Italia, i cui dati sono stati diffusi proprio oggi.
Più in particolare, dall’indagine si evince che nell’anno 2008 è aumentata rispetto all’anno precedente la quota di famiglie che dichiara di arrivare con molte difficoltà alla fine del mese; addirittura più di un quinto delle famiglie monoreddito ha difficoltà ad arrivare alla quarta settimana e i sintomi di disagio economico sono più marcati al crescere della numerosità familiare.
E’ aumentato il numero di famiglie che non riescono a provvedere regolarmente al pagamento delle bollette, all’acquisto degli abiti necessari e che sono in arretrato con il pagamento del mutuo.
L’Italia meridionale e insulare mostra un ulteriore peggioramento della propria situazione. La maggiore frequenza di situazioni di difficoltà economica in questi territori si rileva in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia e i risultati dell’indagine confermano inoltre l’esistenza di un profondo divario territoriale nel Paese: infatti il reddito mediano delle famiglie che vivono nel Sud e nelle isole è inferiore di circa un quarto rispetto a quello delle famiglie residenti al Nord.
Le regioni meridionali si caratterizzano anche per maggiori livelli di diseguaglianza con in testa la Calabria, la Campania , Sicilia e Lazio .
Livelli meno marcati si hanno invece nelle regioni più ricche e in particolare nella regione autonoma di Trento, Friuli Venezia Giulia e Veneto.
Fonte: Istat, Condizioni di vita e distribuzione del reddito in Italia, anno 2008, 29 dicembre 2009.
   
   
   
   
News del 29/12/2009 14:53:05:
HAPPY NEW YEAR.....SENATO USA APPROVA RIFORMA SANITARIA DI OBAMA.
(AGI) - Washington, 24 dic. - Con 60 voti a favore e 39 contrari il Senato degli Stati Uniti ha approvato la riforma sanitaria voluta da Barack Obama che estende, tra l'altro, l'assistenza a oltre 30 milioni di americani finora privi di qualsiasi forma di copertura.
Il provvedimento dovra' ora tornare a gennaio alla Camera per l'approvazione finale di un testo condiviso.
La Camera aveva approvato a sua volta una propria versione della riforma piu' costosa il 7 novembre scorso che prevedeva tra l'altro una forma di assicurazione pubblica.
   
   
   
   
News del 24/12/2009 14:53:06:
24-12-2009 (ASCA)
USA: SENATO APPROVA RIFORMA SANITARIA DI OBAMA.
Il Senato americano ha approvato la storica riforma sanitaria fortemente voluta dal presidente Barack Obama. I voti a favore, come previsto, sono stati 60 mentre 39 quelli contrari.
La riforma prevede, tra le altre cose, la copertura sanitaria per 31 milioni di americani che ne erano privi.
Gli statunitensi trovano cosi' sotto l'albero di Natale un prezioso regalo e Barack Obama festeggia il piu' grande risultato della propria presidenza.
Il voto finale sulla riforma Obama, previsto inizialmente per stasera (con la rassegnazione dei senatori che avrebbero dovuto trascorrere la vigilia di Natale lontano dalle proprie famiglie), si e' tenuto alle 7 del mattino (poco dopo le 13 in Italia). Non ci sono state particolari sorprese: i 58 senatori democratici e due indipendenti hanno dato ad Obama i 60 voti necessari per l'approvazione della legge che dovra' aspettare l'unificazione del testo gia' approvato dalla Camera e la firma del presidente per il varo ufficiale.
Ora l'attenzione si spostera' sui negoziati che dovranno puntare a trovare un compromesso tra il testo del Senato e la versione passata alla Camera lo scorso 7 novembre.
Questi due documenti differiscono, infatti, in numerosi punti e i sostenitori di Obama sperano di poter spingere il piu' possibile la versione dell'House of Representative. Tra gli elementi al centro della discordia vi e' la presenza della ''public option'', l'ente assicurativo pubblico che competerebbe con i privati (misura smantellata nel testo del Senato ma ancora presente in quello della Camera).
''Considerando quanto sia stato difficile il processo, sono orgoglioso di cio' che abbiamo ottenuto e fortemente grato per il supporto ricevuto'', ha detto Obama ieri nel corso di un'intervista commentando proprio la storica riforma che da 70 anni i democratici cercano di far approvare.
   
   
   
   
News del 21/12/2009 20:12:44:
SI E’ CONCLUSO CON UN NULLA DI FATTO IL SUMMIT ONU DI COPENHAGEN PER LA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE FRA I PRINCIPALI LEADER DEL MONDO.
Nessun accordo legalmente vincolante sulle riduzioni delle emissioni di anidride carbonica, ma solo promesse e intese minori su investimenti da stanziare per la tutela dell’ambiente e gli aiuti ai Paesi poveri. «È stato un fallimento, un’esperienza fortemente deludente. Il mondo si attendeva una ricetta per affrontare l’emergenza climatica e si ritrova sostanzialmente niente»: queste le parole di Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente italiano, al termine del vertice. «Il vero problema? - ha spiegato - Il G2: Usa e Cina non sono riusciti a trovare un accordo che soddisfacesse entrambi e se non s’incontrano i loro interessi solo un fronte compatto da parte di tutti gli altri Stati membri avrebbe potuto portare ad una conclusione».
L’unico dato concreto riguarda gli aiuti economici ai Paesi poveri, per lo sviluppo delle “tecnologie verdi”: 30 miliardi di dollari entro il 2012 – rispetto ai 10 miliardi della prima bozza – che diventeranno 100 entro il 2020 e a cui gli Usa contribuiranno con 3,6 miliardi.
In tre pagine di documento è fissato anche in 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali il limite entro cui contenere il riscaldamento del pianeta entro il 2020, con possibilità di revisione a 1,5 gradi nel 2016.
Ma l’intesa non contiene cifre per i tagli alle riduzioni di gas serra per le scadenze fissate al 2020 e 2050, contrariamente a quanto si sperava inizialmente. Le speranze ora sono rivolte al vertice previsto a Città del Messico per fine 2010, ma si lavora a un nuovo summit in estate a Bonn per recuperare il discorso sulle emissioni.
Fonte : METRO NEWS ITALIA 21.12.2009
   
   
   
   
News del 12/12/2009 05:34:01:
EMERGENZA ABITATIVA PER 1/2 MILIONI DI IMMIGRATI.
E’ in arrivo una vera ‘emergenza abitativa’ per il mezzo milione di lavoratori immigrati alla ricerca di una casa in acquisto o in locazione. La stretta creditizia sui mutui e le incerte prospettive dell’occupazione, hanno drasticamente ridotto il numero di acquisti di residenze da parte degli immigrati.
Secondo la stima di Scenari Immobiliari ‘nel 2009 non si concluderanno piu’ di 78mila compravendite, con un calo del 24,3 per cento rispetto al 2008. In contrazione, di conseguenza, anche il fatturato (meno 26,5 per cento) mentre si mantiene costante la spesa media per l’abitazione, intorno ai 110mila euro’.
In Italia ci sono circa 4,5 milioni stranieri regolarmente residenti. La maggioranza degli immigrati regolari si rivolge al mercato della locazione e la domanda e’ in aumento dall’autunno del 2008, parallelamente alla crescente difficolta’ ad ottenere il finanziamento per l’acquisto. La via dell’affitto e’ tutt’altro che semplice. Continua ad essere caratterizzata da alti costi, irregolarita’ contrattuali, difficolta’ di reperimento degli alloggi e da pregiudizi degli intermediari o dei proprietari con cui si tratta.
Da sottolineare poi la scarsa qualita’, in media, delle abitazioni e la frequente condizione di sovraffollamento degli spazi. Il 61,3 per cento degli immigrati residenti vive in locazione, il 9,1 per cento alloggia presso parenti o altri connazionali, l’8,5 per cento presso il luogo di lavoro
’, continua Scenari Immobiliari. ‘Il resto degli stranieri residenti, circa il 20 per cento del totale, vive in un alloggio di proprieta’. Il dato e’ in costante aumento, complice il boom degli acquisti che si e’ avuto negli anni 2004-2008. L’Osservatorio nazionale immigrati e casa di Scenari Immobiliari stima in circa 600mila gli scambi di abitazione che, negli ultimi cinque anni, hanno avuto come controparte un lavoratore straniero immigrato, per un totale di circa 70 miliardi di euro’, continua la nota. ‘Nel 2010 l’andamento degli scambi con gli stranieri immigrati (e piu’ in generale con tutta la fascia a basso reddito del mercato residenziale) dipendera’ dalla disponibilita’ delle banche a concedere credito, in particolare dalla possibilita’ di ottenere mutui a elevata copertura della spesa. Se il sistema dei mutui non ripartira’, le previsioni di Scenari Immobiliari per il 2010 sono di non piu’ di 53mila compravendite con immigrati. Il che indica un mercato dimezzato dall’inizio delle nostre rilevazioni’, conclude la nota.
Fonte: www.immigrazione.aduc.it.
   
   
   
   
News del 07/12/2009 23:49:29:
CONFERENZA SUL CLIMA DELLE NAZIONI UNITE IN CORSO A COPENAGHEN. I CAMBIAMENTI CLIMATICI SU GOOGLE EARTH.
Scopri quali sono i possibili effetti dei cambiamenti climatici sul pianeta Terra e le soluzioni percorribili per affrontarli e mitigarne l'impatto collegandoti alla sezione video di questo sito o cliccando qui.
Speaker Al GORE.
   
   
   
   
News del 29/11/2009 23:27:58:
MARRIAGE IS GOOD FOR YOUR HEALTH, OVVERO CHI SI SPOSA VIVE MEGLIO E PIU’ A LUNGO.
lo afferma Linda Waite, professore di sociologia presso l'Università di Chicago, in una intervista online andata in onda il 17 novembre scorso presso il sito del PRB di Washington. Nel corso della discussione la Waite ha affermato che numerose ricerche dimostrano che le persone sposate sono più sane e vivono più a lungo rispetto alle persone non sposate.
Il vantaggio del matrimonio funzionerebbe in modo diverso per gli uomini e le donne, ma entrambi i sessi ne trarrebbero sicuri benefici, soprattutto in età inoltrata.
Alcuni dei risultati sarebbero sorprendenti e importanti per una migliore qualità di vita del numero sempre più crescente di anziani.
Fonte:http://www.prb.org/Journalists/Webcasts/2009/marriage.aspx
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News del 21/11/2009 23:29:28:
UN PAESE VECCHIO, CHE HA SUPERATO I 60 MILIONI DI ABITANTI GRAZIE AGLI IMMIGRATI, in cui si fanno ancora pochi figli, in cui ci si sposa sempre più tardi, ma in cui si vive fino a tarda età.
Sono alcuni dei molti tratti che il Rapporto Istat 2009 mette in evidenza.
In trent’anni i giovanissimi in Italia si sono ridotti di un terzo, mentre gli ultrasessantacinquenni sono più del 21% della popolazione.
Alla fine del 2008 la popolazione italiana ha oltrepassato i 60 milioni grazie agli immigrati che rappresentano ormai il 6,5% di tutta la popolazione italiana. Un paese, l’Italia, sempre più vecchio, secondo in Europa solo alla Germania e nel mondo al Giappone; un paese con ancora una bassissima fecondità (1,41 figli per donna feconda) che, sebbene in leggera e costante crescita, non è tuttavia sufficiente a rendere positivo il saldo fra nascite e morti.
Viviamo però in un paese con elevata sopravvivenza che alla nascita raggiunge 78,6 anni per gli uomini e 84 anni per le donne, livelli, questi, superati solo a da pochissimi paesi europei.
La terza età si è spostata ben al di là di 70 anni e l’aumento degli ultrasessantenni, benché acuisca i problemi connessi all’assistenza agli anziani, apre anche opportunità per le aziende che intendono investire in questa fascia di età.
Fonte: Istat
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News del 01/11/2009 22:36:47:
IL XIX DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE CARITAS – MIGRANTES E’ STATO PRESENTATO MERCOLEDI’ 28 OTTOBRE A ROMA E IN CONTEMPORANEA IN ALTRE 27 CITTA’.
Lo slogan di quest'anno è "Immigrazione: conoscenza e solidarietà".
Il Dossier, come gli scorsi anni, contiene una puntuale analisi del fenomeno immigratorio in Italia.
Alla fine del 2008 gli stranieri residenti in Italia sono risultati 3 milioni 891 mila e si arriva a 4 milioni e 330 mila includendo anche le presenze regolari non ancora registrate in anagrafe, con una incidenza del 7,2% sull’intera popolazione italiana; ma il dato- continua ancora il Dossier -arriva al 10% se si fa riferimento alla sola classe dei giovani (inferiori a 40 anni). Se poi si tiene conto che la regolarizzazione di settembre 2009 ha coinvolto quasi 300 mila persone nel solo settore della collaborazione familiare, l’Italia oltrepassa i 4,5 milioni di presenze: siamo –aggiunge il Dossier- sulla scia della Spagna (oltre 5 milioni) e non tanto distante dalla Germania (circa 7 milioni). A livello territoriale il Centro (25,1%) e il Meridione (12,8%) sono molto distanziati dal Nord quanto a numero di residenti stranieri (62,1%). Sull’aumento della popolazione straniera influiscono veramente in maniera marginale, appena l’1%, i 37 mila sbarchi sulle coste italiane che si sono avuti nel 2008, eppure il contrasto dei flussi irregolari ha monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica. Più di un quinto della popolazione straniera è costituito da minori. L’età media degli stranieri è di 31 anni contro i 43 anni degli italiani. Tra i cittadini stranieri gli ultrasessantacinquenni sono solo il 2%, pertanto gli stranieri sono una ricchezza demografica per la popolazione italiana in forte e progressivo invecchiamento (oggi di 143 vecchi per 100 giovanissimi).
Il Dossier sottolinea anche l’intreccio sempre più stretto tra i nuovi venuti e la società che li ha accolti che va oltre il piano lavorativo: le acquisizioni di cittadinanza si sono quadruplicati rispetto al 2000; negli ultimi 12 anni sono stati celebrati 222 mila matrimoni misti.
Al 31.12.2008 in Calabria gli stranieri residenti sono risultati 58.775, così distribuiti per provincia: Catanzaro 10.481; Cosenza 18.120; Crotone 5.078; Reggio Calabria 20.361; Vibo Valentia 4.735.
Per saperne di più: www.caritasitaliana.it
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News del 22/10/2009 21:08:37:
AMORE E SENTIMENTO MUOVONO ANCHE IL MONDO DEGLI ANZIANI.
L’annuale riflessione che il Censis compie sulla Terza Età con Salute-Repubblica conferma che gli ultrasessantenni considerano la terza fase della vita come una stagione attiva e ricca di esperienze, comprese quelle emotive.
Con l’invecchiamento non viene meno la vitalità dell’anima, anche se il corpo necessita di maggiori attenzioni e cure. Anzi, proprio la sfera pensante, le relazioni, l’interesse verso gli altri, il coinvolgimento affettivo costituiscono altrettanti efficaci strumenti per vivere più a lungo e in buona salute.
Per saperne di più collegarsi al link del Censis: http://www.censis.it
   
   
   
   
News del 09/10/2009:
I NUMERI DELLA POVERTA’ ALIMENTARE IN ITALIA.
Tre milioni sono le persone che vivono sotto la soglia di povertà alimentare:
- 4,4% delle famiglie residenti in Italia soffre la fame.
- 1,5 milioni le famiglie in difficoltà ad acquistare i prodotti necessari per vivere: pane, pasta e carne.
- 10,3% delle coppie con tre o più figli vivono sotto la soglia della povertà alimentare.
- 1,7% dei single vive con meno di 222 euro al mese per nutrirsi.
Le soglie della povertà:
- 222,29 euro al mese il limite a livello nazionale per l’allarme indigenza,
- NORD 233- 252 euro.
- CENTRO 207- 233 euro.
- MEZZOGIORNO 196- 207 euro.
Il divario fra Nord e Sud:
- Il 3% "soffre" la fame in Toscana, Liguria, Veneto e Trenntino Alto Adige.
- Nelle isole il 10% della popolazione fa fatica a trovare i soldi per mangiare.
Il profilo dei poveri in Italia: Meridionali, disoccupati, con un titolo di studio basso e una famiglia numerosa. La perdita di lavoro (60% dei casi) la causa principale.
La dieta dei poveri. Lo scontrino mensile:
- Pane e cereali 28 euro;
- Carne e salumi 35 euro;
- Pesce 10 euro;
- Frutta 14 euro;
- Bevande 9 euro.
Fonte: Indagine Fondazione della sussidiarietà
   
   
   
   
News del 03/10/2009 23:27:29:
MOLTI BAMBINI CHE NASCERANNO IN QUESTO SECOLO FESTEGGERANNO IL LORO CENTESIMO COMPLEANNO!
A questo risultato è pervenuto uno studio pubblicato nel numero 9696 del 3 ottobre scorso della prestigiosa rivista scientifica THE LANCET, di cui riportiamo il sommario. “Se il ritmo di aumento dell'aspettativa di vita nei paesi sviluppati nel corso degli ultimi due secoli continuerà anche nel corso del XXI secolo, la maggior parte dei bambini nati dal 2000 in poi in Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Giappone e in altri paesi con lunga aspettativa di vita celebreranno il loro centesimo compleanno. Anche se le tendenze differiscono da paese a paese, le popolazioni di quasi tutti questi paesi sono caratterizzati da forte invecchiamento demografico come conseguenza della bassa fecondità, bassa immigrazione ed elevata sopravvivenza. Una questione cruciale è la seguente:saranno questi incrementi nell’ aspettativa di vita accompagnati da un posponimento simultaneo di limitazioni funzionali e disabilità?
La risposta è ancora aperta, ma la ricerca suggerisce che i processi di invecchiamento sono modificabili e che le persone vivono più a lungo senza gravi disabilità.
Questa constatazione, insieme con lo sviluppo tecnologico e medico e con la ridistribuzione del lavoro, sarà importante per rispondere alle sfide dell'invecchiamento della popolazione.”
   
   
   
   
News del 22/09/2009 21:38:01:
ANCHE PER GLI IMMIGRATI E' TEMPO DI CRISI
Immigrazione: presentato il Rapporto Ocse-Censis «International Migration Outlook» Dimezzate le previsioni di assunzioni di lavoratori stranieri da parte delle imprese italiane, frena la corsa al mattone degli immigrati.
Roma, 22 settembre 2009 – Gli effetti negativi della crisi si stanno ripercuotendo anche sulle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati che vivono in Italia. È quanto emerge dall’ultimo Rapporto «International Migration Outlook», che ogni anno il Censis realizza per l’Ocse in qualità di corrispondente per l’Italia, in cui vengono raccolti e analizzati i principali dati disponibili sul fenomeno migratorio.
Per quanto riguarda l’offerta di lavoro, le imprese italiane hanno ridimensionato le previsioni di assunzione di personale immigrato: 92.500 nuove assunzioni per il 2009, contro le 171.900 che erano state previste per il 2008.
E la casa è diventata per gli immigrati un problema sempre più pressante: si registra un aumento degli sfratti per morosità a causa dell’aumento del canone o della perdita del lavoro (soprattutto al Nord, dove le famiglie immigrate rappresentano il 22% del totale delle famiglie sfrattate). Allo stesso tempo si è fermata la corsa al mattone degli immigrati: tra il 2007 e il 2008 gli acquisti di immobili da parte di immigrati sono diminuiti del 23,7% interrompendo un ciclo di crescita che durava da quattro anni.
Gli effetti della crisi si sono fatti sentire anche sulle rimesse: diminuisce del 10% la cifra pro capite che gli immigrati inviano mensilmente in patria (155 euro nel 2008 a fronte dei 171 del 2007) e rallenta il ritmo di crescita dell’ammontare complessivo delle rimesse (6,4 miliardi di euro nel 2008).
Le difficoltà legate alla crisi avvertite dagli italiani possono aver determinato anche un calo del livello di tolleranza nei confronti degli immigrati, come dimostra l’aumento degli episodi di discriminazione, il 22,1% dei quali subiti in ambito lavorativo: il 32,1% delle denunce riguarda la fase di accesso al mercato del lavoro, il 23,2% le condizioni lavorative, il 19,6% azioni di mobbing. Il Rapporto tratteggia un fenomeno migratorio in continua crescita, con un aumento degli immigrati regolarmente residenti in Italia del 16,8% nel 2008, ovvero 493.729 individui in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 3.432.651 presenze.
Si consolida anche il processo di stabilizzazione degli immigrati. Al 1° gennaio 2008 erano 1.684.906 le famiglie con almeno un componente straniero, pari al 6,9% del totale. Un terzo dei permessi di soggiorno rilasciati nel 2008 (pari a 680.225) è stato motivato da ricongiungimenti familiari. Sono stati 28.932 i matrimoni con almeno un coniuge straniero celebrati nel nostro Paese (pari all’11,6% del totale), un numero più che raddoppiato negli ultimi dieci anni (nel 1997 erano stati 13.490).
Il livello di fecondità delle donne straniere (2,5 figli per donna) è doppio rispetto a quello delle italiane (1,3 figli per donna). Gli stranieri residenti nati in Italia sono 457.345 (il 13,3% del totale). I nati da genitori stranieri sono 64.049 (l’11,4% del totale dei nati in Italia) e 760.733 sono i minori stranieri residenti nel nostro Paese (pari a più del 20% del totale degli immigrati e ad oltre il 7% dei minori residenti). Negli ultimi cinque anni gli alunni stranieri presenti nelle scuole italiane sono cresciuti del 139,4% (per un totale, nell’anno scolastico 2007-2008, di 574.133 alunni stranieri nelle scuole di ogni ordine e grado, pari al 6,4% del totale).
Nel 2008 il numero dei rapporti di lavoro di stranieri registrati presso l’Inail è arrivato a 3.266.395 (+41,9% in quattro anni). Nel 42% dei casi si tratta di donne, divenute ormai indispensabili al nostro sistema di welfare. Infatti, il 71,6% delle colf e delle badanti che lavorano in Italia (pari complessivamente a circa un milione e mezzo) sono di origine immigrata.
Questi sono alcuni dati del Rapporto Ocse-Censis «International Migration Outlook» presentati oggi al Cnel da Carla Collicelli, Vice Direttore del Censis, e Georges Lemaître, Divisione delle migrazioni internazionali dell’Ocse, e discussi da Antonio Marzano, Presidente del Cnel, Giorgio Alessandrini, Presidente vicario dell’Organismo nazionale di coordinamento per le politiche d’integrazione sociale degli stranieri, Jonathan Chaloff, dell’Ocse, Giuseppe Silveri, Direttore Generale Immigrazione del Ministero del Lavoro, alla presenza del Ministro dell’Interno Roberto Maroni
   
   
   
   
News del 12/09/2009 23:12:39:
E' ARRIVATA LA SECONDA ONDATA DELL'INFLUENZA SUINA.
L'influenza suina, denominata dall'OMS Influenza A(H1N1), è sempre di più presente nei notiziari giornalistici.
In giugno l'OMS ha elevato l'allerta al livello 6, facendo così diventare questa influenza la prima pandemia ufficiale del 21.mo secolo. Il virus, apparso per la prima volta in Messico, si è diffuso velocemente nell'intero pianeta, colpendo fino ad oggi 177 paesi e causando 2837 decessi.
L'OMS denunzia che se non verrà fatto niente per fermare la diffusione del virus, potranno essere contagiate fino a 2 miliardi di persone, ovvero il terzo della popolazione mondiale.
Molti governi stanno predisponendo piani per impedire la diffusione del virus, ma in molti paesi il vaccino non sarà disponibile fino ad ottobre.
Da France 24, 11/9/2009.
   
   
   
   
News del 19/08/2009 18:41:00:
BILANCIO DEMOGRAFICO DELL'ITALIA NELL'ANNO 2008.
Al 31 dicembre 2008 la popolazione complessiva risulta pari a 60.045.068 unità, mentre alla stessa data del 2007 ammontava a 59.619.290.
Nel 2008 si è registrato un incremento della popolazione residente di 425.778 unità, pari allo 0,7 per cento, dovuto completamente alle migrazioni dall’estero. Complessivamente la variazione di popolazione è stata determinata dalla somma delle seguenti voci di bilancio: il saldo del movimento naturale pari a -8.467 unità, il saldo del movimento migratorio con l’estero pari a +453.765, un incremento dovuto al movimento per altri motivi e al saldo interno pari a -19.520 unità.
Fonte: Istat
   
   
   
   
News del 31/07/2009 13:02:41:
POVERTA'.
In Italia, nel 2008, le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate in 2 milioni 737 mila e rappresentano l’11,3% delle famiglie residenti. Nel complesso sono 8 milioni 78 mila gli individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione.
La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone relativamente povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi.
Nel 2008, in Italia, 1.126 mila famiglie (il 4,6% delle famiglie residenti) risultano in condizione di povertà assoluta per un totale di 2 milioni e 893 mila individui, il 4,9% dell’intera popolazione.
La stima dell’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Tale paniere, nel caso specifico, rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard.
Fonte:ISTAT
   
   
   
   
News del 15/07/2009 13:19:59:
LA POPOLAZIONE MONDIALE INVECCHIA E IL FENOMENO INTERESSA L'INTERO PIANETA.
Nei paesi del Sud del mondo l'invecchiamento è spesso all'inizio, ma sta acquistando ed acquisterà sempre più importanza nei prossimi decenni con una velocità più elevata rispetto ai paesi del Nord.
Per esempio, in China la proporzione delle persone sopra i 65 anni passerà da 7% a 14% in soli 25 anni, allorché in Francia per avere questo salto sono stati necessari più di 100 anni.
(G. Pison, Le vieillissement démographique sera plus rapide au Sud qu'au Nord, Population et Sociétes, n. 457, juin 2009).
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